Ossessioni e Compulsioni: ovvero il DOC

Quando la mente entra in un corto circuito, può diventare prigioniera del disturbo ossessivo-compulsivo, il cosiddetto DOC.

Ossessioni e compulsioni che entrano nella vita della persona, tali da interferire nella sua quotidianità.

Le Ossessioni sono idee, pensieri, immagini persistenti che la persona vive come intrusive e disturbanti creando ansia e disagio.

Le Compulsioni sono comportamenti ripetitivi e sono collegate alle ossessioni. La persona si sente in obbligo a metterle in atto, in base alla sua ossessione o a determinate regole che si impone (controllo compulsivo di porte e fornelli, lavaggio continuo delle mani, ripetizione mentale di formule o numeri, ecc)

Il tentativo di trovare una rassicurazione a una paura o la ricerca sfrenata di sensazioni (vedi shopping compulsivo o strapparsi i capelli) strutturano questa patologia.

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, vorrei esporre 5 motivazioni specifiche che possono attivare azioni e pensieri compulsivi:

1. Il Dubbio che innesca il bisogno di risposte rassicuranti : ad esempio si potrebbe sviluppare  il dubbio di essere infettati o di essere contagiati da una malattia, attraverso il contatto di un agente infettante. A questo punto, la persona o cerca di prevenire in tutti i modi la potenziale infezione, oppure se crede di essere già infetta, attuerà delle modalità di disinfezione.

Un altro esempio è lo studente che prende un ottimo voto ad un esame e casualmente quello stesso giorno si è vestito in un certo modo e ha percorso una determinata strada per andare a scuola.

All’esame successivo eseguirà lo stesso copione,indossando gli stessi abiti e facendo la stessa strada, fino a farla diventare una compulsione irrefrenabile per tutti gli esami, nella paura che se non la mettesse in atto, verrebbe bocciato (rituale propiziatorio)

2. Ritualità che deriva da una rigidità di idee, di moralità o di credenza superstiziosa: ad esempio, temo di aver commesso un peccato, di conseguenza avverto l’estremo bisogno di pregare compulsivamente per espiare la colpa (rituale riparatorio).

Devo resistere a una tentazione ma essendo difficile mi sottopongo a un rituale preventivo, ad esempio, docce fredde ogni volta che sento impulsi erotici.

Voglio che la giornata vada bene o cerco una protezione dal male per me ed i miei cari, di conseguenza la mattina metto in atto dei rituali propiziatori, come lunghe sessioni di preghiere.

3. Iper-razionalità: più cerco e voglio trovare sicurezza, meno la trovo. Cerco in tutti i modi di prevenire gli errori ma blocco l’azione. Prima di prendere una decisione analizzo ogni possibilità ma così facendo non riesco più a decidere rapidamente.

Ad esempio, un ragioniere, nella convinzione di aver commesso degli errori, controlla ripetutamente i calcoli, controllando ossessivamente, sino a bloccarsi e non portare a termine il compito.

4. Atti di sana prevenzione, portati all’estremo: la prevenzione si trasforma in fobia. Una donna attenta alla pulizia di casa, può esasperare questa attenzione all’igiene, trasformandola in una maniacalità fobica. Trasformando la propria casa in un tempio della pulizia.

5. Effetti di una esperienza traumatica: dopo un trauma la persona può sviluppare dei pensieri o dei comportamenti che hanno effetti sedativi o che proteggano da eventi indesiderati. Un caso è quello di una donna vittima di abuso, che dopo l’evento, si lava in maniera esasperata, per cercare di “lavare via” l’esperienza traumatica.

Una volta che nella vita della donna si presenta un evento che può essere associato alla violenza accaduta, questa modalità tende a strutturarsi come compulsione irrefrenabile.

Diventa un rituale di purificazione; il lavaggio compulsivo ha il compito di alleviare l’ansia e l’angoscia associate al senso di sporco, nello stesso tempo invalida la vita della persona.

Come abbiamo visto le ritualità compulsive che la persona mette in atto, possono essere di 3 tipi: preventive, propiziatorie, riparatorie.
Questo disturbo si presenta in modo subdolo, perché le motivazioni originarie che innescano il problema, possono essere logiche e ragionevoli.

Di conseguenza per prevenire bisogna prestare attenzione a quando un comportamento o atteggiamento presenta le seguenti componenti:

 Inevitabilità
 Irrefrenabilità
 Ritualità

Nella prospettiva della Terapia Breve Strategica l’intervento consiste nell’utilizzo di tecniche e stratagemmi creati sulla logica di mantenimento del disturbo e nello sbloccare le tentate soluzioni disfunzionali che nutrono il disturbo stesso: la strategia dell’ evitare ogni situazione temuta, la richiesta di aiuto e rassicurazioni da parte delle persone vicine e la messa in atto di una sequenza ritualizzata di azioni.

 

“Sovente i nodi della tirannia vengono stretti da noi stessi”

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Il segreto è nel cervello!

Spesso patologie come depressione, schizofrenia, disturbo bipolare,  si associano a una sorta di condanna, perchè vengono considerate malattie genetiche, in pratica se ti vengono, sei condannato a combatterci a vita, perchè questo è scritto nei tuoi geni.

La genetica, è una condanna?

Sebbene i mass media riferiscono di specifici geni correlati a determinati disturbi psichiatrici, i risultati degli studi genetici, ad oggi, non hanno portato a nessuna correlazione lineare e definitiva tra geni e psicopatologie.

Il fatto che alcune persone riportano di avere genitori con depressione o disturbi ansiosi, non dimostra necessariamente che ciò sia legato a una componente genetica, perchè potrebbe essere frutto di un apprendimento.

Se un figlio vede il genitore sempre depresso o con comportamenti francamente ansiosi, che di fronte ai problemi tende a chiudersi in se stesso, rinunciando ad affrontarli, crescendo potrebbe apprendere e riproporre le stesse modalità comportamentali.

Mancherà la Serotonina?

In parallelo molte persone si chiedono se i disturbi psichici siano di origine biologica, in pratica se ci sia un’alterazione fisica del cervello e di conseguenza se i disturbi mentali siano dovuti a squilibri neurochimici.

Ad oggi, grazie alla scoperta della neuroplasticità cerebrale, chiedere se c’è un origine biologica o psichica, è un pò come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

Il premio Nobel, Eric Kandel, nel 2000 dimostrò che l’apprendimento aumenta le connessioni fra neuroni e attiva geni che modificano la struttura neurale.

Nel tempo si è scoperto che il cervello è “plastico” anche in età adulta, di conseguenza, l’esperienza di vita, l’apprendimento ed i pensieri, sono in grado di apportare modifiche strutturali e funzionali al cervello.

Il cervello è in continuo sviluppo e cambiamento nel corso dell’intera vita. Le reti sinaptiche, compresa la corteccia, si riorganizzano continuamente grazie alle esperienze emotive e cognitive dell’individuo.

Ad oggi, inoltre, non è stata dimostrata una correlazione tra i livelli di certi neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, ecc) e un dato disturbo psichico.

Da notare, che qualora questa correlazione venisse dimostrata, non significherebbe che i primi siano la causa dei secondi.

Potrebbe essere il contrario, cioè  che sia il disturbo psichico, la causa del cambiamento nei livelli di alcuni neurotrasmettitori o dell’attività di alcuni circuiti cerebrali.

Ad esempio, se potessimo sottoporre a una PET una persona che è appena stata lasciata dal partner e che manifesta profonda tristezza, l’esame potrà rivelare una serie di modificazioni nel suo funzionamento cerebrale.

La tristezza infatti si rifletterà in vaste porzioni del cervello. In questo caso specifico, però, nessuno sosterrebbe che sono le modificazioni neurofisiologiche (cioè mancanza di serotonina o altri neurotrasmettitori) a portare tristezza.

Al contempo, sapere che la persona sta male perchè è triste, non porta al vero nucleo del problema,cioè l’abbandono del partner.

Questo dimostra che ragionare in termini di sola biologia ha poco senso. Pensare che una mancanza di serotonina porti la depressione, è davvero ingenuo.

Mente e cervello si influenzano reciprocamente, interagendo con l’ambiente esterno e con l’esperienze che la persona ogni giorno compie.

Alla luce di tutto ciò diventa davvero riduttivo credere che una semplice “pillola”, possa sistemare tutto.

Le Neuroscienze

Essendo il cervello plastico e in continuo cambiamento, l’esperienze di vita, nuovi modi di pensare, comportamenti alternativi più funzionali, possono davvero modificare le nostre reti neuronali.

Tutto questo cosa dimostra ?

Le ricerche dimostrano che l’espressione genica sia modificata dalle esperienze e mediata dai cambiamenti a livello biologico, di conseguenza una cosa influenza l’altra.

Se come dicevamo prima, l’apprendimento può modificare l’espressione genica e la connettività neurale, la psicoterapia, come processo di apprendimento, diventa fondamentale per modellare l’assetto delle connessioni cerebrali.

Cambiare comportamenti disfunzionali, disposizioni emotive, significa cambiare l’assetto di sinapsi e strutture cerebrali.

Hebb, uno psicologo, nel 1949 scoprì di come l’apprendimento produce nuovi legami tra neuroni: quando due neuroni si attivano insieme e ripetutamente, in entrambi si verificano delle reazioni chimiche per cui il legame tra i due tende a essere più forte.

Di conseguenza si formerà un circuito neurale che manterrà nel tempo una più bassa soglia di attivazione (si attiveranno prima e più facilmente) e questo renderà difficile abbandonare comportamenti abituali e automatici, anche quando sono patologici.

Queste abitudini acquisiranno un controllo sempre maggiore in una determinata mappa cerebrale deputata a quel comportamento, impedendo che quello spazio venga occupato da altre abitudini, seppure più positive (ecco la difficoltà a cambiare cattive e insane abitudini).

In conclusione, la psicoterapia diventa uno strumento fondamentale per aggirare le resistenze al cambiamento e introdurre nuovi modelli comportamentali e cognitivi che reiterati nel tempo, possano ristrutturare le reti neurali.

Il farmaco, in alcuni casi, può facilitare nei circuiti cerebrali, l’apprendimento e l’adattamento ma per fare in modo che il cervello apprenda le cose giuste è necessario cambiare percezione e comportamenti attraverso un percorso terapeutico.

Lo scopo dell’apprendimento è la crescita, e la nostra mente, a differenza del nostro corpo, può continuare a crescere fintanto che continuiamo a vivere.
(Mortimer J. Adler)

 

 

 

Doidge N., “Il Cervello infinito”, Ponte alle Grazie, 2017

Caputo A., Milanese R., “Psicopillole”, Ponte alle Grazie, 2017

 

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Anoressia: amore e odio per il cibo

L’anoressia nell’immaginario collettivo è spesso associata a modelle, attrici, donne di successo e in carriera. Questo la rende una patologia di “moda”, “cool”, associata a uno stile di vita invidiabile.

Tutto ciò non tiene conto di un fatto, la stragrande maggioranza di persone che ne soffre è nella fascia adolescenziale.

Triste a dirsi ultimamente si assiste a una diminuzione dell’età di esordio, con bambine che manifestano un’insana attenzione al peso corporeo.

La malattia rispetto ad anni fa ha assunto varie sfumature ed è diventata democratica, andando a colpire anche i giovani uomini, con sfumature differenti ma pur sempre con un attenzione dominante e ossessiva al proprio corpo.

Oggi l’anoressia pura è in calo e sta evolvendo in forme differenti di disturbo, come il vomiting (https://www.michelacampanella.it/vomitare-anoressia-bulimia/ )ed il binge eating.

Negli ultimi due decenni la frequenza di tali disturbi è aumentata a livello esponenziale tanto da poter realmente parlare di epidemia.

Una caratteristica importante dell’anoressia è il suo esordio lento, graduale, la cosiddetta “luna di miele”. La persona, talvolta inizia una dieta, per perdere qualche kg, oppure decide di eliminare alcuni alimenti, allo scopo di tenersi in forma.

In questa fase ci si sente bene, energici, talvolta si riscuote un certo consenso da parte delle altre persone, che vedendo la persona dimagrita, si complimenta per il suo successo.

Un mito da sfatare è quello dell’inappetenza. La persona anoressica sente fame, lotta con la fame ma volutamente e deliberatamente decide di controllarla e resisterle.

Dopo un pò, in modo subdolo, l’astinenza dal cibo si auto alimenta e più ci si vede magri, più si vuole dimagrire. A questo punto la patologia è già strutturata e non si è più in grado di valutare le proprie percezioni.

L’astinenza non riguarda solo il cibo ma c’è anche un ritiro dalle relazioni sociali e da ogni tipo di sensazione piacevole, ci si isola dal mondo, costruendo un’armatura che protegge da ogni tipo di sensazione.

Sovente si osserva pazienti che vorrebbero liberarsi da questa prigionia ma si sentono incapaci emotivamente, la paura del piatto pieno di cibo prevale.

Un copione, come quello dell’astinenza, reiterato nel tempo, con il trascorrere dei mesi diventa automatizzato e apparentemente spontaneo, un “vizio” a cui non si riesce rinunciare, in questo caso la coscienza del soggetto non ha percezione del problema, rendendo così resistenti al cambiamento.

“Gli altri si preoccupano troppo, io mi sento bene”, “Ho perso solo qualche kg, posso riprenderli quando voglio”, “Sto solo seguendo un’alimentazione sana e ho eliminato ciò che non mi fa bene”

Queste sono solo alcune frasi ingannevoli di chi soffre di questo disturbo. Il soggetto si auto convince e cerca di convincere gli altri che la situazione è sotto controllo, tutto facilmente rimediabile.

Una volta che il dimagrimento è evidente, i famigliari e gli amici, si preoccupano notevolmente e iniziano a “pregare” la persona di riprendere ad alimentarsi, talvolta con ricatti, minacce, convincimenti e promesse.

Questo non solo è inutile ma addirittura controproducente perchè non farà altro che arroccare la persona all’interno della sua armatura patologica .

In pratica “le migliori intenzioni producono gli effetti peggiori”. La logica di questo disturbo è una logica non ordinaria, infatti non c’è nulla di logico in una persona che smette di mangiare fino a rischiare la vita.

Tenendo conto di questo, interventi basati su una logica ordinaria, come appunto le pressioni dirette ed indirette dei famigliari, sono inefficaci e fallimentari.

Se non curata in modo adeguato, l’anoressia può evolvere in 3 situazioni:

  • I sintomi si stabilizzano, cronicizzando il problema
  • Il dimagrimento continua in modo inesorabile, portando alla morte
  • L’alternanza di periodi in cui si assiste a un miglioramento a periodi in cui sono evidenti delle ricadute, in una sequenza continua, che anche in questo caso porta a una cronicizzazione

 

Nella terapia breve strategica, si affronta il problema sintonizzandosi sull’assurda logica della persona anoressica e si assume un potere persuasivo e di influenzamento nei confronti del soggetto e della sua famiglia.

Attraverso tecniche paradossali ed apparentemente non logiche si agisce su un problema resistente e potenzialmente mortale.

“L’astinenza è più facile della moderazione” (S.Agostino)

 

 

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Bulimia: resisto a tutto tranne alle tentazioni

Uno dei disturbi alimentari più frequenti è la bulimia.

Bulimia, significa letteralmente “fame da bue”.

Le persone affette da questo disturbo possono divorare qualunque cosa: dalla pasta cruda, ai surgelati, a intere confezioni di dolci, perdendo la concezione di ciò che mangiano e del tempo trascorso ad abbuffarsi.

Tre varianti della bulimia

  • Bulimia boteriana, possono essere sia uomini che donne, talmente grassi da sembrare dei personaggi de i quadri di Botero. Sono persone che amano il cibo e che sono adattati al loro problema. Di solito giungono in terapia per problemi di salute legati all’obesità.
  • Bulimia effetto “carciofo”, rappresentata da quelle persone che sono in sovrappeso e che apparendo poco gradevoli, si proteggono inconsciamente da problematiche affettivo-relazionali.  Sono persone che tentano perennemente di mettersi a dieta, per poi ricadere nella sintomatologia. Il pensare al alla dieta ed alla bilancia li tiene lontani da altri problemi.
  • Bulimia Jo Jo, sono persone che alternano controllo a perdite di controllo. Per qualche tempo riescono a stare a dieta perdendo peso, ma dopo un pò ricadono nell’alimentazione sfrenata, prendendo i kg persi, se non di più.

 

Solitamente chi soffre di questo disturbo è collaborativo, vorrebbe realmente uscire fuori dal problema ma è incapace, molto semplicemente non è in grado.

Questo aspetto spiega perchè le diete prescritte facendo leva sulla motivazione e la volontà dell’individuo non possono funzionare.  Trattandosi di una compulsione che travolge la persona come un fiume in piena, non è possibile addestrare il paziente all’autocontrollo,  perchè  per lui è impossibile arginare ciò che lo travolge.

Talvolta, anche se riescono a controllare la compulsione all’abbuffata dopo poco ne rivengono travolti.

Questo fallimento conduce alla perdita di autostima e speranza di potercela fare a superare il problema.

Di conseguenza, come affrontare il problema?

La terapia breve strategica affronta i tre tipi di bulimia personalizzando l’intervento in base alle caratteristiche del disturbo, tenendo conto che c’è un aspetto che accomuna tutte e tre le varianti: il tentativo di controllo che fa perdere il controllo.

Il tentativo costante della persona a controllare e reprimere la sua compulsione a mangiare, la quale proprio in virtù del fatto che è auto imposta diventa irrefrenabile.

Detto in altre parole ciò che tiene in piedi il comportamento bulimico è proprio il cercare di reprimerlo.

Lavorando attraverso tecniche paradossali che interrompono il controllo fallimentare si riporta, in tempi brevi, la persona ad avere maggiore consapevolezza della sua alimentazione ed a provare un reale piacere nel cibo.

“L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando” (Principe de Vries)

 

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Mio figlio ha l’ansia: cosa fare per risolverla

Sempre più spesso giungono in studio, genitori preoccupati perchè da qualche tempo il figlio/a presenta dei disturbi legati all’ansia e difficoltà ad andare a scuola, nei casi più gravi, la completa interruzione  della routine scolastica.

Dagli 11 anni circa, possono fare la comparsa dei veri e propri disturbi d’ansia, che nelle forme più leggere possono essere rappresentate dalla paura di non essere all’altezza rispetto agli ostacoli che si presentano a scuola o con il gruppo dei coetanei, nelle forme più patologiche possono trasformarsi in patologie fobiche.

Quando un’ansia sana sfugge al controllo del ragazzo, possono scatenarsi delle forme di panico incontrollabile e generalizzato.

Per i genitori  può diventare un tiro alla fune, cercare di invogliare il figlio a riprendere la scuola, con conseguenti scenate mattutine, arrabbiature, punizioni e sconforto.

Per quanto il disturbo possa essere sofferto e ingestibile, il trattamento con la conseguente ripresa scolastica, può avvenire nell’arco di pochi mesi.

Una cosa importante, da sottolineare, è l’evitare di di utilizzare psicofarmaci, in soggetti così giovani. Se da una parte possono tamponare il sintomo, dall’altra confermano al ragazzo di essere incapace a superare la paura con le proprie capacità e le proprie risorse.

Il rischio è di apporre al figlio un’etichetta di “Incapace” con conseguente profezia che si auto realizza.

Del resto, se io credo di essere incapace e  se ho bisogno di un farmaco perchè da solo non riesco a uscirne, inconsciamente metterò in atto dei comportamenti che confermeranno tale ipotesi,di conseguenza, gli altri continueranno a trattarmi da incapace, in un circolo che si auto rinforza.

La terapia breve strategica è composta da vari aspetti:

  • si bloccano le tentate soluzioni dei genitori, che sono mirate a proteggere e rassicurare, questo non fa altro che incrementare nel figlio, la convinzione di non riuscire a farcela da solo
  • si insegna al ragazzo a gestire la paura ed il panico fino ad azzerarlo completamente
  • si porta il ragazzo ad  affrontare progressivamente le situazioni che vorrebbe evitare. L’ evitamento alimenta la paura perchè se in un primo momento, la persona si  tranquillizza, la volta successiva starà peggio e la paura sarà ulteriormente ingigantita

 

In questa terapia la collaborazione dei genitori sarà fondamentale e verranno eletti a “co-terapeuti”.

Dovranno mettere in atto le indicazioni dirette e osserveranno senza intervenire il comportamento del figlio. Il principio  è che il “troppo amore”  può essere dannoso, quanto il “non amore”.

In questo il modo i ragazzi affronteranno in prima persone le loro paure e scopriranno che:

“la paura guardata in faccia, si trasforma in coraggio”

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La depressione: 4 varianti

Nell’articolo sulla nascita della depressione (https://www.michelacampanella.it/depressione-come-nasce/ ) abbiamo visto come si struttura questo problema che può invalidare la vita di chi ne soffre.

Nonostante i volti della depressione possano essere differenti, c’è un tentativo di soluzione disfunzionale  comune a tutti coloro che ne soffrono, la rinuncia. Questa rinuncia assume varie connotazioni che danno vita a delle differenze nel quadrante depressivo:

  • La persona può mettere in atto la rinuncia, delegando  ma in questo modo diventa vittima di se stessa “(io sono incapace, sono io quello sbagliato, gli altri non sbagliano, di conseguenza rinuncio”)
  • La persona può rinunciare arrendendosi , diventando vittima di sè ( “Pensavo di essere capace, invece non riesco più”) o degli altri (“Credevo negli altri ma adesso mi hanno deluso”)
  • La persona può rinunciare pretendendo, diventando vittima del mondo ( “Io ho dei principi, ma il mondo non li rispetta, non sono io che devo cambiare ma gli altri)

 

In tutti i casi la persona rimane concentrata su ciò che non funziona, vede tutto negativo, si sente impotente e automaticamente rinuncia. Realizza ciò che teme, quello di non essere in grado di farcela.

In questo scenario, i volti differenti della depressione emergono:

  • La persona che rinuncia arrendendosi che si sente vittima di sè o degli altri , è un Illuso Deluso di sè e Illuso degli altri. Credeva in qualcosa che ora non esiste più. Non ha più il controllo che credeva di avere.
  • La persona che rinuncia pretendendo, sperimenta che le sue convinzioni di giustizia e correttezza  sono inutili, ed è definito il Moralista.
  • La persona che delega,  crede di non essere mai stata capace di fare nulla, di reagire, di essere un fallimento, ed è definito  Depresso Radicale.

Analizziamo meglio ogni volto:

Depresso Radicale

In questo caso il pensiero negativo è totalizzante, di solito sono persone che riferiscono di essere state sempre depresse. Nella loro vita sconfitte reali o immaginarie hanno alimentato la  credenza di non farcela.  Del resto il credere di non potercela fare è già non farcela.

Questa certezza permea la loro vita.

Molti credono di essere biologicamente svantaggiati, pensano che un evento in  qualche modo posso averli segnati o che il problema ci sia sempre stato fin dalla nascita. Hanno delle carenze motivazionali e ogni cosa che fanno è connotata dalla mancanza di piacere.

Nella sintomatologia non è raro trovare persone che soffrano di sintomi che possono sembrare di natura medica; disturbi dell’appetito, ansia generalizzata, affaticabilità.

Il comportamento rallentato, demotivato che impedisce le normali attività, spingono la persona a rinforzare la sua idea, che sia lui quello sbagliato ed il resto del mondo giusto.

Qui a differenza degli altri tipi di depressione, la credenza non si è infranta ma anzi si rinforza e irrigidisce. La certezza di essere sbagliato.

In questo caso la terapia deve creare una credenza alternativa, cercando di portare la persona a scoprire quelle risorse che crede di non avere mai avuto.

L’obiettivo è di aiutare la persona a guardare la sua credenze da un altro punto di vista, aggiungendo dei dubbi alle sue certezze.

Illuso deluso di sè

La persona scopre o dimostra a se stessa di non essere come pensava di essere. L’evento che ha dimostrato la sua incapacità, la sua mancanza di coraggio, può essere un forte stress, un lutto, una malattia, un imprevisto o l’aver perso una buona occasione, ritenuta irripetibile.

Ogni successo viene visto come qualcosa di scontato, ogni insuccesso vissuto vale doppio. Spesso è malinconico quando ricorda il passato ed il presente viene vissuto come immodificabile.

Non si perdona errori passati, per lui è inconcepibile sbagliare ed essendo intransigente con se stesso, nella sua testa merita l’autopunizione.

Sono persone che gareggiano per vincere, in caso contrario si sentono fallite. La rinuncia in questo caso li ha portati a delegare, perchè si sentono incapaci e non si fidano più di loro stesse.

Sentono di non essere più quelli di prima, in quanto hanno fallito e per loro solo la vittoria è accettabile. Hanno problemi di concentrazione, rimpianti, dubbi. Subentra un’assenza di desideri, un’inerzia con annessa autocommiserazione. Sovente c’ è la disperazione e il pianto .

Si sentono stanchi, affaticati, il riposo continuo è il sintomo della rinuncia. Non sentendosi più quella di prima, la persona riduce le attività limitandole all’indispensabile, in questa situazione, non è esclusa la presenza di pensieri suicidi.

In pratica la persona è come se avesse interrotto una “relazione d’amore” con se stessa, si sente tradita, sfiduciata.

In questo caso la terapia dovrà bloccare il tentativo di soluzione messo in atto dalla persona, che è la rinuncia con delega.

Illuso deluso degli altri

In questo caso c’è un evento critico che la persona reputa non superabile e di conseguenza si arrende. Si sentono vittime che subiscono i comportamenti o i torti degli altri.

Si arrendono e sperano che gli altri riparino al torto che credono di aver subito. Sono persone che hanno sempre concesso fiducia agli altri  e si sono sempre mostrate disponibili nei loro confronti.

La credenza di base è che se si mostrano disponibili e compiacenti nei confronti del prossimo possono gestire il prossimo e di conseguenza fidarsi. Tuttavia ad un certo punto nella loro vita, subentra l’imprevisto. Un licenziamento, un tradimento sentimentale, una delusione da parte di un amico e la credenza di base, crolla.

Da qui iniziano pensieri ossessivi, una rimuginazione continua sull’evento doloroso, c’è una difficoltà nel concentrarsi e una difficoltà nel prendere decisioni.

Dal punto di vista emotivo, ci sono sentimenti di delusione, sentimenti di disperazione. Quello che risulta evidente è una spiccata autocommiserazione, il bisogno di mostrare al mondo la propria sofferenza. Il versante somatico è connotato da disturbi del sonno e dell’alimentazione, talvolta vi sono dolori diffusi o localizzati.

Anche in questo caso la terapia dovrà lavorare sulla rottura della credenza iniziale.

Il Moralista

In questo caso abbiamo a che fare con persone oneste, corrette,  intransigenti nei confronti di se stesse e degli altri. Pretendono che il mondo e gli altri siano diversi, combattono ma solo a livello di pensiero.

Il moralista si aspetta giustizia e correttezza da chi ha accanto ma non ricevendola, si arrende e combatte a livello mentale con pensieri ossessivi, vivendo in un costante stato di rabbia e frustrazione.

Di solito sono persone che rimuginano mentalmente, hanno pensieri aggressivi e un linguaggio carico di biasimo. Hanno il desiderio di cambiare un mondo ingiusto ma ci rinunciano a livello comportamentale, perchè è un’impresa più grande di loro.

Non si mettono in discussione perchè hanno delle credenze che ritengono giuste e che secondo loro tutti dovrebbero avere per costruire un mondo migliore. Di solito oscillano tra passività e aggressività, evitano i rapporti sociali e hanno uno stile vittimistico.

Esprimono apatia e fatica, la rabbia ed il rancore portano una continua frustrazione, perchè trattenute. Nel caso in cui dovessero perdere il controllo, potrebbero mettere in atto condotte potenzialmente aggressive.

In pratica si sentono vittime del mondo.

Terapia Breve Strategica

In conclusione, con ogni volto della depressione, la terapia breve strategica  utilizzerà un particolare tipo di comunicazione, non consolatoria ma con un linguaggio, talvolta provocatorio e direttivo, altre volte metaforico e analogico, per fare in modo di sbloccare la persona dalla sua posizione vittimistica e di rinuncia.

Il paziente verrà condotto gradatamente a sperimentare delle esperienze concrete che possano modificare la percezione della sua realtà irrigidita e non funzionale

I Farmaci?

Da questa breve trattazione abbiamo visto come la depressione nella maggioranza dei casi nasca da una credenza irrigidita dell’individuo, da un evento fortemente stressante o talvolta da un altro disturbo che può precedere la depressione.

Questa visione ovviamente non collima con quella corrente di pensiero che vede la depressione come uno scompenso biologico e con la sua conseguente cura farmacologica.

Ovviamente in alcuni casi il farmaco è indispensabile, ma quando si può intervenire senza il rischio di effetti collaterali, lavorando affinchè il paziente riattivi le sue risorse personali e cambi la percezione della sua realtà, attraverso un percorso terapeutico,  è sempre preferibile.

La depressione è una prigione dove siete sia il prigioniero della sofferenza che il carceriere crudele. (Anonimo)

 

 

(Muriana E, Pettenò L, Verbitz T. I volti della depressione, Ponte Alle Grazie, Milano, 2011)

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Depressione: come nasce

In questo articolo analizzeremo come si struttura la depressione.

Dal punto di vista del modello strategico i problemi che una persona può avere sono prodotti dall’interazione tra l’ individuo e la propria realtà. Un interazione continua tra se stesso, gli altri ed il mondo.

I comportamenti, le reazioni, in pratica i tentativi di soluzione che la persona mette in atto per cercare di superare il problema, complicano ulteriormente la situazione.

Tuttavia, pur essendo inefficaci e disfunzionali, queste tentate soluzioni, vengono utilizzate sempre di più dalla persona, con il risultato di complicare ulteriormente il problema.

La Rinuncia

Quello che si è visto, nel corso del tempo, è che la depressione, pur avendo dei volti differenti, sia per origine che per espressione, ha in tutti i depressi un tentativo di soluzione fallimentare comune, la rinuncia.

La persona che rinuncia è “paralizzata”, rifiuta di fare qualunque cosa. Risulta demotivata, negativa, rallentata. Il piacere nella sua vita è assente e l’umore costante è all’insegna dell’assenza di speranza.

La rinuncia può essere parziale e quindi riguardare solo alcuni ambiti della vita della persona, o globale, in cui ogni ambito è compromesso e la persona è completamente annichilita.

La rinuncia parziale, spiega perché molte persone, ritenute depresse, riescano comunque ad avere un lavoro ed a svolgere le loro normali attività. Apparentemente tutto risulta “normale” ma dentro hanno un deserto emotivo.

Una persona delusa da un rapporto sentimentale, in cui si è sentita tradita e abbandonata, potrebbe lentamente rinunciare a ogni forma di coinvolgimento emotivo, credendo di rimanere protetta da ulteriori delusioni.

Qui la rinuncia parziale, riguarda il piano emozionale ma è evidente che il senso di insoddisfazione, investirà anche altre aree di vita del paziente.

Una volta che questa rinuncia parziale si irrigidisce, può espandersi e diventare globale e di conseguenza il disturbo depressivo diventare di ampia portata.

Altre tentate soluzioni disfunzionali, simili alla rinuncia, sono: l’aspettare, il rimandare e il non prendere decisioni.

Nell’attesa e nel non prendere decisioni ci sono delle sfumature simili. La persona non vede una possibile via d’uscita, crede di non poter cambiare la situazione e di conseguenza si ferma ad attendere gli eventi. Il caso, il destino, le altre persone, decideranno per lui.

      La depressione da dove nasce?

Sembra che si strutturi da una credenza. Da un pensiero strutturato, radicato, rigido, tale per cui la persona non riesce a combattere o a superare e di conseguenza, rinuncia.

La credenza è una realtà soggettiva percepita come vera, il più delle volte la credenza non si costruisce sulla base di un’idea razionale.

Una volta che questa credenza si frantuma, di fronte a un evento inaspettato, inatteso, che assume i toni di una catastrofe, tutto ciò che ha funzionato prima e in cui si credeva, non funziona più. La persona essendo incapace di costruire  una credenza nuova, alternativa, rinuncia.

L’evento è vissuto come inaccettabile perché non contemplato nella propria visione del mondo. Spesso si sente dire “Non doveva succedere”, “E’ inaccettabile”, “Nulla sarà come prima”.

E’ evidente che la persona non riesce a vedere in un modo differente l’evento, a dargli un significato diverso ma ne viene travolto, la sua credenza si frantuma e si arrende, rinuncia.

Questa rinuncia che può essere a livello di comportamento, idee o relazionale, fa sentire la persona una vittima che subisce la realtà. Il depresso pensa che la situazione sia immodificabile o comunque di non avere i mezzi per modificarla.

Ad esempio, una persona che viene licenziata, potrebbe sentirsi tradito dagli altri, che non hanno riconosciuto le sue capacità e la sua voglia di lavorare e pensare: “gli altri mi hanno tradito”.

In questo caso, invece di ristrutturare l’evento, dando una spiegazione alternativa, come ad esempio: “alcune persone possono tradire”, oppure, “può succedere che gli altri tradiscano”, rimane irrigidito sulla sua credenza crollata e ne osserva i cocci, impotente.

Tuttavia, come scritto all’inizio, la depressione assume vari volti, nel prossimo articolo, vedremo che varianti assume il quadro depressivo.

“Ogni uomo è due uomini: l’uno è desto nelle tenebre l’altro dorme nella luce” (Kahlil Gibran)

 

 

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La ricerca della bellezza perfetta

“La bellezza salverà il mondo”, così diceva Dostoevskij

Ad oggi, forse, la sua citazione è stata presa un pò troppo alla lettera. Sempre più spesso vediamo volti e corpi omologati, somiglianti, privi di caratteristiche uniche e senza timore di dirlo, di difetti.

Il mercato del fitness, dell’estetica, della cosmesi, sono in espansione continua a denuncia del fatto che sempre più persone investono sulla propria immagine in maniera talvolta ossessiva.

Ragazze di 20 anni preoccupate da rughe di espressione, cinquantenni che vogliono ritornare alla freschezza dei 20 anni, trentenni che ricorrono ai ripari in vista del declino.

La ricerca assoluta della bellezza è anche evidente da foto sempre più ritoccate e immagini prive di difetti, la perfezione è ricercata ad ogni costo.

Sembra che in pochi siano soddisfatti dell’età che hanno e che la ricerca sia quella di un’eterna età verde.

Se la chirurgia estetica ha dei notevoli vantaggi, perchè permette di ovviare a dei difetti estetici, insostenibili anche da un punto di vista emotivo e facilitare il nostro benessere, dall’altro lato non può essere considerata come una terapia psicologica, capace di infondere autostima.

Il fine di questo articolo non è valutare se la chirurgia estetica è negativa o positiva, perchè come ogni cosa deve essere utilizzata in modo equilibrato.

Tuttavia possono esserci persone che si presentano dal chirurgo estetico per ritoccare una parte del corpo, di cui non sono soddisfatte e una volta operate, guardarsi allo specchio e notare altri difetti da “aggiustare”, fino a ritrovarsi coinvolte in una spirale di interventi correttivi e relative frustrazioni. Una vera e propria scatola cinese.

Se è vero che il difetto è inesistente o comunque non evidente, la sofferenza di chi soffre di questa fobia è devastante, perchè sono immersi nella loro credenza e si sa, che “tutto ciò che è creduto è reale”.

Nel colloquio iniziale con il chirurgo, spesso non emerge questa particolare fobia ed il medico, senza rendersene conto, può intervenire su persone che soffrono di Dismorfofobia o che in seguito potrebbero svilupparla.

Studi recenti hanno dimostrato  che una percentuale di persone che va dal 5% al 53%, presenta questo disturbo, senza contare le relative cause legali avviate da parte di pazienti non soddisfatti che molto spesso non si “vedono belli”, nonostante il ritocco chirurgico.

Per ovviare a questo problema, da qualche anno, i centri clinici più all’avanguardia, prima di procedere a un intervento permanente o semi-permanente, fanno  una valutazione psicologica iniziale, che permetta al medico ed al paziente stesso, di comprendere se è davvero il caso di procedere oppure no.

La dismorfofobia si struttura secondo un meccanismo ossessivo-compulsivo che alimenta e rinforza il problema. La persona dismorfofobica ha una preoccupazione eccessiva di avere un difetto estetico, nel viso o nel corpo.

Le rassicurazioni di amici, parenti e medici non servono a nulla e il più delle volte vengono percepite dalla persona come delle “bugie” per cercare di tranquillizzarlo.

Nella maggioranza dei casi sono difetti minimi o inesistenti che tuttavia portano un disagio reale, al punto tale da creare problemi anche nelle relazioni sociali. In una situazione simile, la persona è portata a mettere in atto delle tentate soluzioni, che risultano disfunzionali:

  • Tentativo di mascherare il difetto in vari modi (capelli che coprono una parte del viso, make-up eccessivo, occhiali da sole, abiti coprenti anche in estate , ecc), al punto da attirare realmente l’attenzione su ciò che si vuole nascondere
  • Socializzazione del problema, cercando rassicurazioni con amici e parenti, invece di tranquillizzarsi,  ottengono l’effetto contrario. Si irrigidiscano sulla loro credenza, si sentono incompresi e si convincono che gli altri raccontino “bugie benevole” per calmarlo
  • Evitano situazioni sociali che porterebbero ad esporsi. Di conseguenza si isolano sempre di più
  • Correttivi chirurgici ed estetici a cui di solito segue un’insoddisfazione ulteriore che porta a ricorrere a ulteriori interventi

 

Alla luce di quanto esposto, risulta evidente che chi soffre di Dismorfofobia può recuperare una relazione positiva con la proprio immagine corporea, modificando la percezione che ha di se stesso e ottenere un cambiamento di prospettiva, solo se l’intervento passa prima dalla mente.

La Terapia Breve Strategica, in tempi brevi, attraverso manovre costruite ad hoc, permette di  percepire la propria realtà in modo differente e scardinare quelle tentate soluzioni, che non solo mantengono il problema ma addirittura lo peggiorano.

 

“Ogni nostro difetto, rovesciato su di sé, diventa una nostra virtù; purtroppo è vero anche il contrario”. (Giorgio Nardone)

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4 segreti per una serena vita di coppia

L’amore, in particolare quello di coppia, che dovrebbe durare tutta la vita, è stato definito una delle aree più studiate e meno comprese in psicologia.

Romanzi e film spesso rimandano un’idea di amore, leggero, facile, passionale ed allo stesso tempo romantico. Un amore che non richiede sacrificio, impegno, fatica.

Un amore cosi’ descritto può essere paragonato all’ unicorno, tutti ne parlano nessuno l’ha visto.

La verità in effetti è questa:

  • 50.000 italiani divorziano ogni anno,
  • l’età dei nuovi single è di circa 47 anni per gli uomini, 44 per le donne
  • i matrimoni sotto i 30 anni sono diminuiti, per lasciare spazio alle convivenze
  • vi è stato un aumento di ultra sessantenni che si separano, il 12,7% in più, rispetto a 18 anni fa

 

Si potrebbe pensare che nel passato le persone restassero assieme più a lungo, perché socialmente non era ben accetto il divorzio. Soprattutto per le donne, essere sposate rappresentava uno status sociale importante.

Al di là delle cause che hanno portato a una fragilità dei rapporti amorosi, oggi si assiste a un fenomeno nuovo.

La “relazione pura”

Il sociologo Anthony Giddens utilizza il termine  “relazione pura”, per definire una relazione che può essere troncata, a proprio piacimento, in qualsiasi momento, da ciascuno dei due partner.

L’odierna “relazione pura” si differenzia dal matrimonio, la cui durata, soprattutto un tempo,  veniva data per scontata a meno che non subentravano circostanze estreme.

Oggi il concetto di IMPEGNO “finchè morte non ci separi”, ha i contorni più sfumati, ed assomiglia ad una trappola da evitare il più possibile. Trappola che deve prevedere una chiave per potersi liberare.

Nelle “relazioni pure” è lo scambio a determinare quanto potrà durare la relazione, ciò che l’altro può offrirci. Non ci sono vincoli, le persone decidono di formare una coppia perché si aspettano delle gratificazioni ma non è implicato nessun altro tipo di impegno.

Muovendosi in relazioni di questo tipo, la fiducia fatica a crescere, con la conseguenza di vivere relazioni con il “freno a mano tirato”.

Sapendo che il partner può lasciarti in qualunque momento, perché smetti di essere gratificante, non sei più interessante, o comunque non hai più nulla di nuovo da offrire,  investire i sentimenti nella relazione può essere estremamente pericoloso.

Investire sentimenti profondi nel rapporto e giurarsi fedeltà, in qualche modo rende dipendenti dal partner, ma non garantisce di ricevere lo stesso trattamento, soprattutto in presenza di “relazioni pure”.

Di conseguenza i rapporti diventano fragili, vulnerabili, fluidi. Fino a quando il partner mi gratifica, sopperisce ai miei bisogni accetto di stare in coppia ma con la tacita premessa che sono libero di andare via quando ciò non avviene più.

A questo punto è lecito chiedersi se c’è una ricetta per avere relazioni stabili e soddisfacenti.

Forse una ricetta per tutti non c’è, però è stato visto che le coppie che durano più a lungo, hanno determinati atteggiamenti.

4 segreti delle coppie felici

  1. Mantengono uno stato dicecità amorosa”: all ’inizio di una relazione si tende a non vedere i difetti del partner. Adoriamo ogni cosa di lui/lei e non vorremmo cambiarlo per nulla al mondo. Nel tempo, affinchè il rapporto duri, dovremmo mantenere tali illusioni positive, in pratica essere “ciechi” sui difetti e avere vista di falco sui pregi e qualità del partner.
  2. Provano nuove cose assieme: Le coppie che si amano intensamente, non solo provano attrazione fisica ed emotiva reciproca, ma desiderano partecipare a nuove attività assieme. Sperimentare attività nuove e coinvolgenti insieme, riaccende la scintilla di coppia.
  3. Mantengono la propria indipendenza: essere dipendenti dal partner, facendone il fulcro della propria vita, è stato visto che smorza l’interesse emotivo e fisico. Nessuno prova desiderio per qualcuno che ha “bisogno di noi” e che non mostra una sua indipendenza. Concedetevi la possibilità di avere spazi personali, di svolgere attività anche da soli. Risulterete sicuramente più attraenti e con voglia maggiore di ritrovare il partner.
  4. Affrontano con passione la vita, per avere più passione nella relazione: Le persone che affrontano la loro vita con emozione e passione, che hanno hobby e interessi, mettono la stessa energia emotiva nella relazione. Ama la vita, affrontala con passione e amerai con entusiasmo e per lungo tempo anche il tuo compagno/a.

 

Questi sono spunti che puoi iniziare a mettere in pratica nella tua vita, ma ricorda che al di là di ciò che dice la scienza:

Ci stanchiamo di pensare e persino di agire, mai di amare” (A. Comte)

 

 

 

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Manipolatore Perverso: chi è?

Chi è il manipolatore oggi?  Quando utilizziamo questo termine ci riferiamo al Manipolatore Perverso. Spesso in un rapporto di coppia, distrugge progressivamente il partner, senza provare rimorsi o sensi di colpa.

Dal latino il termine Perversus, significa Rovesciato e di solito si associa a cattiveria, crudeltà, devianza.

Il “Perverso” non ha bontà, empatia verso l’altro, possiede una personalità camaleontica , riveste più maschere per nascondere i suoi scopi reali.

Il Manipolatore è un Predatore! 

Si fa in quattro per sedurre la persona che ha di fronte e poi si diverte a distruggerla progressivamente. Dice “ti amo” ma maltratta il partner, è vacuo emotivamente  e porta gradualmente la relazione al collasso.

Sono individui bugiardi, ipocriti, spesso presuntuosi, con un’alta considerazione di loro stessi, non hanno la capacità di mettersi in discussione, sono egocentrici, anaffettivi e accompagnano queste caratteristiche  a un atteggiamento maligno, cattivo, perverso.

Di solito si tratta di persone che a loro volta  in passato hanno subito traumi , maltrattamenti e abusi sia fisici che psicologici.

Nel rapporto con l’altro utilizzano a loro vantaggio il senso di colpa, la menzogna e la vittimizzazione.

Come capire se stai vivendo una relazione manipolatoria?

  • Vi sembra di soffocare nella relazione di coppia
  • Subite critiche dirette e indirette
  • Vi sentite umiliati ed il partner sembra godere di questo
  • Avete pochi amici e relazioni sociali perchè vi sono state proibite
  • Vi sentite accusati di ogni cosa
  • Avete la sensazione che il vostro partner qualunque cosa accada non si scusi mai e non si metta mai in discussione

 

Quali sono le strategie per difendersi dai manipolatori perversi?

Solitamente i manipolatori affettivi sono persone che scelgono accuratamente le loro “vittime”.  Prediligono persone fragili , bisognose d’affetto e con bassa autostima.

Chi cade nel tranello dei manipolatori ha la tendenza a credere che con il tempo, questa persona cambierà e modificherà il suo comportamento. Questo nella maggioranza dei casi è impossibile, perché sono individui gravemente danneggiati che difficilmente saranno portate a chiedere e ad accettare aiuto.

Di conseguenza, ecco cosa fare:

  •  Interrompete ogni forma di comunicazione con queste persone, perché è attraverso i sensi di colpa, le bugie, le promesse non mantenute e l’aggressività che tengono in scacco le loro vittime.
  • Imparate ad ascoltare le vostre emozioni e sensazioni, date priorità a voi stessi. Delineate i confini tra voi e gli altri, questo aiuterà a  non farsi invadere dalle esigenze e dalle richieste invadenti di chi vuole manipolare.
  • Siate i protagonisti della vostra vita, avere in chiaro i propri obiettivi e bisogni è il punto fondamentale per amarsi ed esigere dagli altri il giusto rispetto senza farsi annullare.

 

“Non si sceglie di avere una persona accanto per peggiorare la propria vita, ma per migliorarla.
E se l’amore non porta a questo o non è amore o è un amore malato.”
(Osho)

 

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