Ossessioni e Compulsioni: ovvero il DOC

Quando la mente entra in un corto circuito, può diventare prigioniera del disturbo ossessivo-compulsivo, il cosiddetto DOC.

Ossessioni e compulsioni che entrano nella vita della persona, tali da interferire nella sua quotidianità.

Le Ossessioni sono idee, pensieri, immagini persistenti che la persona vive come intrusive e disturbanti creando ansia e disagio.

Le Compulsioni sono comportamenti ripetitivi e sono collegate alle ossessioni. La persona si sente in obbligo a metterle in atto, in base alla sua ossessione o a determinate regole che si impone (controllo compulsivo di porte e fornelli, lavaggio continuo delle mani, ripetizione mentale di formule o numeri, ecc)

Il tentativo di trovare una rassicurazione a una paura o la ricerca sfrenata di sensazioni (vedi shopping compulsivo o strapparsi i capelli) strutturano questa patologia.

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, vorrei esporre 5 motivazioni specifiche che possono attivare azioni e pensieri compulsivi:

1. Il Dubbio che innesca il bisogno di risposte rassicuranti : ad esempio si potrebbe sviluppare  il dubbio di essere infettati o di essere contagiati da una malattia, attraverso il contatto di un agente infettante. A questo punto, la persona o cerca di prevenire in tutti i modi la potenziale infezione, oppure se crede di essere già infetta, attuerà delle modalità di disinfezione.

Un altro esempio è lo studente che prende un ottimo voto ad un esame e casualmente quello stesso giorno si è vestito in un certo modo e ha percorso una determinata strada per andare a scuola.

All’esame successivo eseguirà lo stesso copione,indossando gli stessi abiti e facendo la stessa strada, fino a farla diventare una compulsione irrefrenabile per tutti gli esami, nella paura che se non la mettesse in atto, verrebbe bocciato (rituale propiziatorio)

2. Ritualità che deriva da una rigidità di idee, di moralità o di credenza superstiziosa: ad esempio, temo di aver commesso un peccato, di conseguenza avverto l’estremo bisogno di pregare compulsivamente per espiare la colpa (rituale riparatorio).

Devo resistere a una tentazione ma essendo difficile mi sottopongo a un rituale preventivo, ad esempio, docce fredde ogni volta che sento impulsi erotici.

Voglio che la giornata vada bene o cerco una protezione dal male per me ed i miei cari, di conseguenza la mattina metto in atto dei rituali propiziatori, come lunghe sessioni di preghiere.

3. Iper-razionalità: più cerco e voglio trovare sicurezza, meno la trovo. Cerco in tutti i modi di prevenire gli errori ma blocco l’azione. Prima di prendere una decisione analizzo ogni possibilità ma così facendo non riesco più a decidere rapidamente.

Ad esempio, un ragioniere, nella convinzione di aver commesso degli errori, controlla ripetutamente i calcoli, controllando ossessivamente, sino a bloccarsi e non portare a termine il compito.

4. Atti di sana prevenzione, portati all’estremo: la prevenzione si trasforma in fobia. Una donna attenta alla pulizia di casa, può esasperare questa attenzione all’igiene, trasformandola in una maniacalità fobica. Trasformando la propria casa in un tempio della pulizia.

5. Effetti di una esperienza traumatica: dopo un trauma la persona può sviluppare dei pensieri o dei comportamenti che hanno effetti sedativi o che proteggano da eventi indesiderati. Un caso è quello di una donna vittima di abuso, che dopo l’evento, si lava in maniera esasperata, per cercare di “lavare via” l’esperienza traumatica.

Una volta che nella vita della donna si presenta un evento che può essere associato alla violenza accaduta, questa modalità tende a strutturarsi come compulsione irrefrenabile.

Diventa un rituale di purificazione; il lavaggio compulsivo ha il compito di alleviare l’ansia e l’angoscia associate al senso di sporco, nello stesso tempo invalida la vita della persona.

Come abbiamo visto le ritualità compulsive che la persona mette in atto, possono essere di 3 tipi: preventive, propiziatorie, riparatorie.
Questo disturbo si presenta in modo subdolo, perché le motivazioni originarie che innescano il problema, possono essere logiche e ragionevoli.

Di conseguenza per prevenire bisogna prestare attenzione a quando un comportamento o atteggiamento presenta le seguenti componenti:

 Inevitabilità
 Irrefrenabilità
 Ritualità

Nella prospettiva della Terapia Breve Strategica l’intervento consiste nell’utilizzo di tecniche e stratagemmi creati sulla logica di mantenimento del disturbo e nello sbloccare le tentate soluzioni disfunzionali che nutrono il disturbo stesso: la strategia dell’ evitare ogni situazione temuta, la richiesta di aiuto e rassicurazioni da parte delle persone vicine e la messa in atto di una sequenza ritualizzata di azioni.

 

“Sovente i nodi della tirannia vengono stretti da noi stessi”

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Il segreto è nel cervello!

Spesso patologie come depressione, schizofrenia, disturbo bipolare,  si associano a una sorta di condanna, perchè vengono considerate malattie genetiche, in pratica se ti vengono, sei condannato a combatterci a vita, perchè questo è scritto nei tuoi geni.

La genetica, è una condanna?

Sebbene i mass media riferiscono di specifici geni correlati a determinati disturbi psichiatrici, i risultati degli studi genetici, ad oggi, non hanno portato a nessuna correlazione lineare e definitiva tra geni e psicopatologie.

Il fatto che alcune persone riportano di avere genitori con depressione o disturbi ansiosi, non dimostra necessariamente che ciò sia legato a una componente genetica, perchè potrebbe essere frutto di un apprendimento.

Se un figlio vede il genitore sempre depresso o con comportamenti francamente ansiosi, che di fronte ai problemi tende a chiudersi in se stesso, rinunciando ad affrontarli, crescendo potrebbe apprendere e riproporre le stesse modalità comportamentali.

Mancherà la Serotonina?

In parallelo molte persone si chiedono se i disturbi psichici siano di origine biologica, in pratica se ci sia un’alterazione fisica del cervello e di conseguenza se i disturbi mentali siano dovuti a squilibri neurochimici.

Ad oggi, grazie alla scoperta della neuroplasticità cerebrale, chiedere se c’è un origine biologica o psichica, è un pò come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

Il premio Nobel, Eric Kandel, nel 2000 dimostrò che l’apprendimento aumenta le connessioni fra neuroni e attiva geni che modificano la struttura neurale.

Nel tempo si è scoperto che il cervello è “plastico” anche in età adulta, di conseguenza, l’esperienza di vita, l’apprendimento ed i pensieri, sono in grado di apportare modifiche strutturali e funzionali al cervello.

Il cervello è in continuo sviluppo e cambiamento nel corso dell’intera vita. Le reti sinaptiche, compresa la corteccia, si riorganizzano continuamente grazie alle esperienze emotive e cognitive dell’individuo.

Ad oggi, inoltre, non è stata dimostrata una correlazione tra i livelli di certi neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, ecc) e un dato disturbo psichico.

Da notare, che qualora questa correlazione venisse dimostrata, non significherebbe che i primi siano la causa dei secondi.

Potrebbe essere il contrario, cioè  che sia il disturbo psichico, la causa del cambiamento nei livelli di alcuni neurotrasmettitori o dell’attività di alcuni circuiti cerebrali.

Ad esempio, se potessimo sottoporre a una PET una persona che è appena stata lasciata dal partner e che manifesta profonda tristezza, l’esame potrà rivelare una serie di modificazioni nel suo funzionamento cerebrale.

La tristezza infatti si rifletterà in vaste porzioni del cervello. In questo caso specifico, però, nessuno sosterrebbe che sono le modificazioni neurofisiologiche (cioè mancanza di serotonina o altri neurotrasmettitori) a portare tristezza.

Al contempo, sapere che la persona sta male perchè è triste, non porta al vero nucleo del problema,cioè l’abbandono del partner.

Questo dimostra che ragionare in termini di sola biologia ha poco senso. Pensare che una mancanza di serotonina porti la depressione, è davvero ingenuo.

Mente e cervello si influenzano reciprocamente, interagendo con l’ambiente esterno e con l’esperienze che la persona ogni giorno compie.

Alla luce di tutto ciò diventa davvero riduttivo credere che una semplice “pillola”, possa sistemare tutto.

Le Neuroscienze

Essendo il cervello plastico e in continuo cambiamento, l’esperienze di vita, nuovi modi di pensare, comportamenti alternativi più funzionali, possono davvero modificare le nostre reti neuronali.

Tutto questo cosa dimostra ?

Le ricerche dimostrano che l’espressione genica sia modificata dalle esperienze e mediata dai cambiamenti a livello biologico, di conseguenza una cosa influenza l’altra.

Se come dicevamo prima, l’apprendimento può modificare l’espressione genica e la connettività neurale, la psicoterapia, come processo di apprendimento, diventa fondamentale per modellare l’assetto delle connessioni cerebrali.

Cambiare comportamenti disfunzionali, disposizioni emotive, significa cambiare l’assetto di sinapsi e strutture cerebrali.

Hebb, uno psicologo, nel 1949 scoprì di come l’apprendimento produce nuovi legami tra neuroni: quando due neuroni si attivano insieme e ripetutamente, in entrambi si verificano delle reazioni chimiche per cui il legame tra i due tende a essere più forte.

Di conseguenza si formerà un circuito neurale che manterrà nel tempo una più bassa soglia di attivazione (si attiveranno prima e più facilmente) e questo renderà difficile abbandonare comportamenti abituali e automatici, anche quando sono patologici.

Queste abitudini acquisiranno un controllo sempre maggiore in una determinata mappa cerebrale deputata a quel comportamento, impedendo che quello spazio venga occupato da altre abitudini, seppure più positive (ecco la difficoltà a cambiare cattive e insane abitudini).

In conclusione, la psicoterapia diventa uno strumento fondamentale per aggirare le resistenze al cambiamento e introdurre nuovi modelli comportamentali e cognitivi che reiterati nel tempo, possano ristrutturare le reti neurali.

Il farmaco, in alcuni casi, può facilitare nei circuiti cerebrali, l’apprendimento e l’adattamento ma per fare in modo che il cervello apprenda le cose giuste è necessario cambiare percezione e comportamenti attraverso un percorso terapeutico.

Lo scopo dell’apprendimento è la crescita, e la nostra mente, a differenza del nostro corpo, può continuare a crescere fintanto che continuiamo a vivere.
(Mortimer J. Adler)

 

 

 

Doidge N., “Il Cervello infinito”, Ponte alle Grazie, 2017

Caputo A., Milanese R., “Psicopillole”, Ponte alle Grazie, 2017

 

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La depressione: 4 varianti

Nell’articolo sulla nascita della depressione (https://www.michelacampanella.it/depressione-come-nasce/ ) abbiamo visto come si struttura questo problema che può invalidare la vita di chi ne soffre.

Nonostante i volti della depressione possano essere differenti, c’è un tentativo di soluzione disfunzionale  comune a tutti coloro che ne soffrono, la rinuncia. Questa rinuncia assume varie connotazioni che danno vita a delle differenze nel quadrante depressivo:

  • La persona può mettere in atto la rinuncia, delegando  ma in questo modo diventa vittima di se stessa “(io sono incapace, sono io quello sbagliato, gli altri non sbagliano, di conseguenza rinuncio”)
  • La persona può rinunciare arrendendosi , diventando vittima di sè ( “Pensavo di essere capace, invece non riesco più”) o degli altri (“Credevo negli altri ma adesso mi hanno deluso”)
  • La persona può rinunciare pretendendo, diventando vittima del mondo ( “Io ho dei principi, ma il mondo non li rispetta, non sono io che devo cambiare ma gli altri)

 

In tutti i casi la persona rimane concentrata su ciò che non funziona, vede tutto negativo, si sente impotente e automaticamente rinuncia. Realizza ciò che teme, quello di non essere in grado di farcela.

In questo scenario, i volti differenti della depressione emergono:

  • La persona che rinuncia arrendendosi che si sente vittima di sè o degli altri , è un Illuso Deluso di sè e Illuso degli altri. Credeva in qualcosa che ora non esiste più. Non ha più il controllo che credeva di avere.
  • La persona che rinuncia pretendendo, sperimenta che le sue convinzioni di giustizia e correttezza  sono inutili, ed è definito il Moralista.
  • La persona che delega,  crede di non essere mai stata capace di fare nulla, di reagire, di essere un fallimento, ed è definito  Depresso Radicale.

Analizziamo meglio ogni volto:

Depresso Radicale

In questo caso il pensiero negativo è totalizzante, di solito sono persone che riferiscono di essere state sempre depresse. Nella loro vita sconfitte reali o immaginarie hanno alimentato la  credenza di non farcela.  Del resto il credere di non potercela fare è già non farcela.

Questa certezza permea la loro vita.

Molti credono di essere biologicamente svantaggiati, pensano che un evento in  qualche modo posso averli segnati o che il problema ci sia sempre stato fin dalla nascita. Hanno delle carenze motivazionali e ogni cosa che fanno è connotata dalla mancanza di piacere.

Nella sintomatologia non è raro trovare persone che soffrano di sintomi che possono sembrare di natura medica; disturbi dell’appetito, ansia generalizzata, affaticabilità.

Il comportamento rallentato, demotivato che impedisce le normali attività, spingono la persona a rinforzare la sua idea, che sia lui quello sbagliato ed il resto del mondo giusto.

Qui a differenza degli altri tipi di depressione, la credenza non si è infranta ma anzi si rinforza e irrigidisce. La certezza di essere sbagliato.

In questo caso la terapia deve creare una credenza alternativa, cercando di portare la persona a scoprire quelle risorse che crede di non avere mai avuto.

L’obiettivo è di aiutare la persona a guardare la sua credenze da un altro punto di vista, aggiungendo dei dubbi alle sue certezze.

Illuso deluso di sè

La persona scopre o dimostra a se stessa di non essere come pensava di essere. L’evento che ha dimostrato la sua incapacità, la sua mancanza di coraggio, può essere un forte stress, un lutto, una malattia, un imprevisto o l’aver perso una buona occasione, ritenuta irripetibile.

Ogni successo viene visto come qualcosa di scontato, ogni insuccesso vissuto vale doppio. Spesso è malinconico quando ricorda il passato ed il presente viene vissuto come immodificabile.

Non si perdona errori passati, per lui è inconcepibile sbagliare ed essendo intransigente con se stesso, nella sua testa merita l’autopunizione.

Sono persone che gareggiano per vincere, in caso contrario si sentono fallite. La rinuncia in questo caso li ha portati a delegare, perchè si sentono incapaci e non si fidano più di loro stesse.

Sentono di non essere più quelli di prima, in quanto hanno fallito e per loro solo la vittoria è accettabile. Hanno problemi di concentrazione, rimpianti, dubbi. Subentra un’assenza di desideri, un’inerzia con annessa autocommiserazione. Sovente c’ è la disperazione e il pianto .

Si sentono stanchi, affaticati, il riposo continuo è il sintomo della rinuncia. Non sentendosi più quella di prima, la persona riduce le attività limitandole all’indispensabile, in questa situazione, non è esclusa la presenza di pensieri suicidi.

In pratica la persona è come se avesse interrotto una “relazione d’amore” con se stessa, si sente tradita, sfiduciata.

In questo caso la terapia dovrà bloccare il tentativo di soluzione messo in atto dalla persona, che è la rinuncia con delega.

Illuso deluso degli altri

In questo caso c’è un evento critico che la persona reputa non superabile e di conseguenza si arrende. Si sentono vittime che subiscono i comportamenti o i torti degli altri.

Si arrendono e sperano che gli altri riparino al torto che credono di aver subito. Sono persone che hanno sempre concesso fiducia agli altri  e si sono sempre mostrate disponibili nei loro confronti.

La credenza di base è che se si mostrano disponibili e compiacenti nei confronti del prossimo possono gestire il prossimo e di conseguenza fidarsi. Tuttavia ad un certo punto nella loro vita, subentra l’imprevisto. Un licenziamento, un tradimento sentimentale, una delusione da parte di un amico e la credenza di base, crolla.

Da qui iniziano pensieri ossessivi, una rimuginazione continua sull’evento doloroso, c’è una difficoltà nel concentrarsi e una difficoltà nel prendere decisioni.

Dal punto di vista emotivo, ci sono sentimenti di delusione, sentimenti di disperazione. Quello che risulta evidente è una spiccata autocommiserazione, il bisogno di mostrare al mondo la propria sofferenza. Il versante somatico è connotato da disturbi del sonno e dell’alimentazione, talvolta vi sono dolori diffusi o localizzati.

Anche in questo caso la terapia dovrà lavorare sulla rottura della credenza iniziale.

Il Moralista

In questo caso abbiamo a che fare con persone oneste, corrette,  intransigenti nei confronti di se stesse e degli altri. Pretendono che il mondo e gli altri siano diversi, combattono ma solo a livello di pensiero.

Il moralista si aspetta giustizia e correttezza da chi ha accanto ma non ricevendola, si arrende e combatte a livello mentale con pensieri ossessivi, vivendo in un costante stato di rabbia e frustrazione.

Di solito sono persone che rimuginano mentalmente, hanno pensieri aggressivi e un linguaggio carico di biasimo. Hanno il desiderio di cambiare un mondo ingiusto ma ci rinunciano a livello comportamentale, perchè è un’impresa più grande di loro.

Non si mettono in discussione perchè hanno delle credenze che ritengono giuste e che secondo loro tutti dovrebbero avere per costruire un mondo migliore. Di solito oscillano tra passività e aggressività, evitano i rapporti sociali e hanno uno stile vittimistico.

Esprimono apatia e fatica, la rabbia ed il rancore portano una continua frustrazione, perchè trattenute. Nel caso in cui dovessero perdere il controllo, potrebbero mettere in atto condotte potenzialmente aggressive.

In pratica si sentono vittime del mondo.

Terapia Breve Strategica

In conclusione, con ogni volto della depressione, la terapia breve strategica  utilizzerà un particolare tipo di comunicazione, non consolatoria ma con un linguaggio, talvolta provocatorio e direttivo, altre volte metaforico e analogico, per fare in modo di sbloccare la persona dalla sua posizione vittimistica e di rinuncia.

Il paziente verrà condotto gradatamente a sperimentare delle esperienze concrete che possano modificare la percezione della sua realtà irrigidita e non funzionale

I Farmaci?

Da questa breve trattazione abbiamo visto come la depressione nella maggioranza dei casi nasca da una credenza irrigidita dell’individuo, da un evento fortemente stressante o talvolta da un altro disturbo che può precedere la depressione.

Questa visione ovviamente non collima con quella corrente di pensiero che vede la depressione come uno scompenso biologico e con la sua conseguente cura farmacologica.

Ovviamente in alcuni casi il farmaco è indispensabile, ma quando si può intervenire senza il rischio di effetti collaterali, lavorando affinchè il paziente riattivi le sue risorse personali e cambi la percezione della sua realtà, attraverso un percorso terapeutico,  è sempre preferibile.

La depressione è una prigione dove siete sia il prigioniero della sofferenza che il carceriere crudele. (Anonimo)

 

 

(Muriana E, Pettenò L, Verbitz T. I volti della depressione, Ponte Alle Grazie, Milano, 2011)

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Depressione: come nasce

In questo articolo analizzeremo come si struttura la depressione.

Dal punto di vista del modello strategico i problemi che una persona può avere sono prodotti dall’interazione tra l’ individuo e la propria realtà. Un interazione continua tra se stesso, gli altri ed il mondo.

I comportamenti, le reazioni, in pratica i tentativi di soluzione che la persona mette in atto per cercare di superare il problema, complicano ulteriormente la situazione.

Tuttavia, pur essendo inefficaci e disfunzionali, queste tentate soluzioni, vengono utilizzate sempre di più dalla persona, con il risultato di complicare ulteriormente il problema.

La Rinuncia

Quello che si è visto, nel corso del tempo, è che la depressione, pur avendo dei volti differenti, sia per origine che per espressione, ha in tutti i depressi un tentativo di soluzione fallimentare comune, la rinuncia.

La persona che rinuncia è “paralizzata”, rifiuta di fare qualunque cosa. Risulta demotivata, negativa, rallentata. Il piacere nella sua vita è assente e l’umore costante è all’insegna dell’assenza di speranza.

La rinuncia può essere parziale e quindi riguardare solo alcuni ambiti della vita della persona, o globale, in cui ogni ambito è compromesso e la persona è completamente annichilita.

La rinuncia parziale, spiega perché molte persone, ritenute depresse, riescano comunque ad avere un lavoro ed a svolgere le loro normali attività. Apparentemente tutto risulta “normale” ma dentro hanno un deserto emotivo.

Una persona delusa da un rapporto sentimentale, in cui si è sentita tradita e abbandonata, potrebbe lentamente rinunciare a ogni forma di coinvolgimento emotivo, credendo di rimanere protetta da ulteriori delusioni.

Qui la rinuncia parziale, riguarda il piano emozionale ma è evidente che il senso di insoddisfazione, investirà anche altre aree di vita del paziente.

Una volta che questa rinuncia parziale si irrigidisce, può espandersi e diventare globale e di conseguenza il disturbo depressivo diventare di ampia portata.

Altre tentate soluzioni disfunzionali, simili alla rinuncia, sono: l’aspettare, il rimandare e il non prendere decisioni.

Nell’attesa e nel non prendere decisioni ci sono delle sfumature simili. La persona non vede una possibile via d’uscita, crede di non poter cambiare la situazione e di conseguenza si ferma ad attendere gli eventi. Il caso, il destino, le altre persone, decideranno per lui.

      La depressione da dove nasce?

Sembra che si strutturi da una credenza. Da un pensiero strutturato, radicato, rigido, tale per cui la persona non riesce a combattere o a superare e di conseguenza, rinuncia.

La credenza è una realtà soggettiva percepita come vera, il più delle volte la credenza non si costruisce sulla base di un’idea razionale.

Una volta che questa credenza si frantuma, di fronte a un evento inaspettato, inatteso, che assume i toni di una catastrofe, tutto ciò che ha funzionato prima e in cui si credeva, non funziona più. La persona essendo incapace di costruire  una credenza nuova, alternativa, rinuncia.

L’evento è vissuto come inaccettabile perché non contemplato nella propria visione del mondo. Spesso si sente dire “Non doveva succedere”, “E’ inaccettabile”, “Nulla sarà come prima”.

E’ evidente che la persona non riesce a vedere in un modo differente l’evento, a dargli un significato diverso ma ne viene travolto, la sua credenza si frantuma e si arrende, rinuncia.

Questa rinuncia che può essere a livello di comportamento, idee o relazionale, fa sentire la persona una vittima che subisce la realtà. Il depresso pensa che la situazione sia immodificabile o comunque di non avere i mezzi per modificarla.

Ad esempio, una persona che viene licenziata, potrebbe sentirsi tradito dagli altri, che non hanno riconosciuto le sue capacità e la sua voglia di lavorare e pensare: “gli altri mi hanno tradito”.

In questo caso, invece di ristrutturare l’evento, dando una spiegazione alternativa, come ad esempio: “alcune persone possono tradire”, oppure, “può succedere che gli altri tradiscano”, rimane irrigidito sulla sua credenza crollata e ne osserva i cocci, impotente.

Tuttavia, come scritto all’inizio, la depressione assume vari volti, nel prossimo articolo, vedremo che varianti assume il quadro depressivo.

“Ogni uomo è due uomini: l’uno è desto nelle tenebre l’altro dorme nella luce” (Kahlil Gibran)

 

 

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La ricerca della bellezza perfetta

“La bellezza salverà il mondo”, così diceva Dostoevskij

Ad oggi, forse, la sua citazione è stata presa un pò troppo alla lettera. Sempre più spesso vediamo volti e corpi omologati, somiglianti, privi di caratteristiche uniche e senza timore di dirlo, di difetti.

Il mercato del fitness, dell’estetica, della cosmesi, sono in espansione continua a denuncia del fatto che sempre più persone investono sulla propria immagine in maniera talvolta ossessiva.

Ragazze di 20 anni preoccupate da rughe di espressione, cinquantenni che vogliono ritornare alla freschezza dei 20 anni, trentenni che ricorrono ai ripari in vista del declino.

La ricerca assoluta della bellezza è anche evidente da foto sempre più ritoccate e immagini prive di difetti, la perfezione è ricercata ad ogni costo.

Sembra che in pochi siano soddisfatti dell’età che hanno e che la ricerca sia quella di un’eterna età verde.

Se la chirurgia estetica ha dei notevoli vantaggi, perchè permette di ovviare a dei difetti estetici, insostenibili anche da un punto di vista emotivo e facilitare il nostro benessere, dall’altro lato non può essere considerata come una terapia psicologica, capace di infondere autostima.

Il fine di questo articolo non è valutare se la chirurgia estetica è negativa o positiva, perchè come ogni cosa deve essere utilizzata in modo equilibrato.

Tuttavia possono esserci persone che si presentano dal chirurgo estetico per ritoccare una parte del corpo, di cui non sono soddisfatte e una volta operate, guardarsi allo specchio e notare altri difetti da “aggiustare”, fino a ritrovarsi coinvolte in una spirale di interventi correttivi e relative frustrazioni. Una vera e propria scatola cinese.

Se è vero che il difetto è inesistente o comunque non evidente, la sofferenza di chi soffre di questa fobia è devastante, perchè sono immersi nella loro credenza e si sa, che “tutto ciò che è creduto è reale”.

Nel colloquio iniziale con il chirurgo, spesso non emerge questa particolare fobia ed il medico, senza rendersene conto, può intervenire su persone che soffrono di Dismorfofobia o che in seguito potrebbero svilupparla.

Studi recenti hanno dimostrato  che una percentuale di persone che va dal 5% al 53%, presenta questo disturbo, senza contare le relative cause legali avviate da parte di pazienti non soddisfatti che molto spesso non si “vedono belli”, nonostante il ritocco chirurgico.

Per ovviare a questo problema, da qualche anno, i centri clinici più all’avanguardia, prima di procedere a un intervento permanente o semi-permanente, fanno  una valutazione psicologica iniziale, che permetta al medico ed al paziente stesso, di comprendere se è davvero il caso di procedere oppure no.

La dismorfofobia si struttura secondo un meccanismo ossessivo-compulsivo che alimenta e rinforza il problema. La persona dismorfofobica ha una preoccupazione eccessiva di avere un difetto estetico, nel viso o nel corpo.

Le rassicurazioni di amici, parenti e medici non servono a nulla e il più delle volte vengono percepite dalla persona come delle “bugie” per cercare di tranquillizzarlo.

Nella maggioranza dei casi sono difetti minimi o inesistenti che tuttavia portano un disagio reale, al punto tale da creare problemi anche nelle relazioni sociali. In una situazione simile, la persona è portata a mettere in atto delle tentate soluzioni, che risultano disfunzionali:

  • Tentativo di mascherare il difetto in vari modi (capelli che coprono una parte del viso, make-up eccessivo, occhiali da sole, abiti coprenti anche in estate , ecc), al punto da attirare realmente l’attenzione su ciò che si vuole nascondere
  • Socializzazione del problema, cercando rassicurazioni con amici e parenti, invece di tranquillizzarsi,  ottengono l’effetto contrario. Si irrigidiscano sulla loro credenza, si sentono incompresi e si convincono che gli altri raccontino “bugie benevole” per calmarlo
  • Evitano situazioni sociali che porterebbero ad esporsi. Di conseguenza si isolano sempre di più
  • Correttivi chirurgici ed estetici a cui di solito segue un’insoddisfazione ulteriore che porta a ricorrere a ulteriori interventi

 

Alla luce di quanto esposto, risulta evidente che chi soffre di Dismorfofobia può recuperare una relazione positiva con la proprio immagine corporea, modificando la percezione che ha di se stesso e ottenere un cambiamento di prospettiva, solo se l’intervento passa prima dalla mente.

La Terapia Breve Strategica, in tempi brevi, attraverso manovre costruite ad hoc, permette di  percepire la propria realtà in modo differente e scardinare quelle tentate soluzioni, che non solo mantengono il problema ma addirittura lo peggiorano.

 

“Ogni nostro difetto, rovesciato su di sé, diventa una nostra virtù; purtroppo è vero anche il contrario”. (Giorgio Nardone)

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3 Stili di Comunicazione

Secondo una psicoterapeuta ,Virginia Satir, ci sarebbero 3 differenti stili comunicativi e ogni persona ne utilizzerebbe uno quando è intenta a comunicare ed esprimere le proprie idee.

Andiamo a vedere per ogni stile comunicativo le caratteristiche:

ACCUSATORE

Avete presente le persone che sanno tutto loro, non ascoltano e pretendono di imporre i loro punti di vista?
Ecco se avete visualizzato il volto di quella persona che proprio non sopportate e che vuole avere sempre l’ultima parola, avete capito di cosa stiamo parlando.

• Tendenzialmente esordiscono con il “No”
• Hanno postura eretta, respirazione e tono di voce alti, gesticolazione verso l’alto
• La comunicazione non verbale solitamente è con i pugni chiusi, indice puntato, mano rigida che fende l’aria come una spada

Tendono ad accusare gli altri a non trovare accordi. Attaccano l’interlocutore, sono giudicanti, sempre alla ricerca degli errori altrui.
Amano il ruolo attivo nelle interazioni con gli altri.

Frasi Celebri: “Non ne fai una giusta”, “Sbagli sempre”, “Che problemi hai”?

Consiglio: Se avete a che fare con un accusatore, non ponetevi in maniera aggressiva, cercate di essere entro un certo limite passivi, concedendogli l’iniziativa nel dialogo e nelle decisioni.

PROPIZIATORE

In questo caso siamo nel versante opposto. Avete presente la tipologia di prima? Bene, è tutta un’altra cosa!
Sono persone che tendono ad essere sempre disponibili e d’accordo con il loro interlocutore.

• Esordiscono sempre con un “Si”
• Hanno una postura indifesa, respirazione bassa
• La comunicazione non verbale è composta da gesti avvolgenti. Il palmo delle mani è rivolto verso l’alto o unito fra di loro a formare un triangolo.

Tendono a condividere il punto di vista altrui, creando empatia. Possono apparire dipendenti e vittime dell’altro scusandosi spesso, anche quando non è necessario.

Frasi Celebri: “Scusa, ho sbagliato io”, “Non preoccuparti, ci penso io”, “E’ colpa mia”, “Ho bisogno di te”.

Consiglio: Tendono ad essere persone passive nella conversazione, di conseguenza siate decisi e assertivi quando comunicate con loro.

SUPERLOGICO

Amate parlare di poesia, amori struggenti e vi piace scavare nella vostra e altrui emotività?
Probabilmente avrete difficoltà a rapportarvi con il Superlogico.

• La razionalità è il loro motto
• Utilizzano spesso il “Perché”, sempre in cerca di risposte ed analisi
• La postura esprime un controllo muscolare notevole, cercano di avere il dominio su ogni movimento, risultando goffi
• La comunicazione non verbale è composta da gesti circolari. Le mani sono a “pinza”, senza mai avvolgere completamente persone ed oggetti

Sono persone rigide, autoritarie, tendono a manipolare attraverso delle argomentazioni logiche, sono estremamente razionali.

Frasi Celebri: “Perché lo hai fatto?”, “Non è logico quello che dici”, “Cerca di essere razionale ed obiettivo”

Consiglio: Quando comunicate con i Superlogici, non cercate di fare presa sulla loro parte emotiva, non imponetevi con la violenza. Siate razionali, basatevi su fatti obiettivi e concreti.

E tu che stile comunicativo hai? Hai riconosciuto qualche amico o parente?
La prossima volta che comunichi presta attenzione Non a ciò che dici ma a Come lo dici!

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L’abito.. fa il monaco!

Il valore dell’abbigliamento sta interessando sempre di più i ricercatori.  Sembrerebbe infatti, che  l’abito indossato, in pochi secondi trasmetta alla persona che si ha di fronte, qualità come, socievolezza, intelligenza e in generale tratti del carattere.

In pratica ogni giorno giriamo, indossando un “potente strumento di comunicazione” .

I ricercatori hanno notato che aspetto, postura e abito possono comunicare una serie di tratti di personalità, ruolo professionale e sociale.darlin_come-vestirsi-colloquio5

Attraverso delle interviste aperte, è emerso che le persone basano i propri giudizi su chi hanno davanti in base al tipo di abbigliamento, le scarpe, il colore, la vestibilità e la cosa avviene in pochi secondi.

Alla luce di ciò c’è da chiedersi se il modo in cui ci agghindiamo potrebbe compromettere un incontro di lavoro o un appuntamento con la persona che ci piace. A quanto pare sembrerebbe di sì.

Abito e lavoro

Ad esempio,l’abito formale ha un effetto notevole sui comportamenti delle persone, talmente potente che molte aziende non gradiscono un abbigliamento casual o che metta in evidenza tatuaggi e piercing.

In uno studio pubblicato sulla rivista Evolution and Human Behaviour si è evidenziato come le persone che si vestono in modo professionale riescano ad ottenere più facilmente la collaborazione degli altri, riescano ad avere un maggior numero di raccomandazioni e stipendi più alti.

Un altro studio ha dimostrato come le nostre percezioni   vengano influenzate da quanto le persone  sono abbigliate in modo simile a noi.

In un esperimento vennero mandate donne ben vestite e donne trasandate a chiedere una monete per fare una telefonata, rispettivamente in un aeroporto e in una stazione dei bus.

Le donne eleganti hanno ottenuto più soldi in aeroporto dove c’erano maggiormente persone ben vestite, le donne più trasandate ebbero risultati maggiori alla stazione dei bus.

Abito e amore

Se invece volete fare colpo su una persona e attendete da tempo un invito galante optate lungo-rosso_su_vertical_dyn per un abbigliamento di colore rosso. Le donne che indossano questo colore hanno più probabilità di essere notate e avvicinate da un uomo.

Questo è solo una minima parte di ciò che la psicologia della moda comprende ma gli spunti offerti sono davvero importanti.

L’abito può essere utilizzato per fare buona impressione sugli altri, avere maggiori possibilità ad un colloquio di lavoro, entrare in empatia con un determinato target di persone o fare colpo su un potenziale partner.

Se la psicologia e la moda vi affascinano lasciate un vostro commento o una richiesta di informazioni su come utilizzare al meglio abiti e colori nella vostra vita di tutti i giorni.

Vedremo insieme come poter essere sempre vestiti in modo giusto per l’occasione giusta……perchè in fondo, l’Abito fa il Monaco.

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