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Gli antidepressivi sono davvero utili in caso di depressione? (https://www.michelacampanella.it/la-depressione-4-varianti/)

Troppo spesso arrivano pazienti in studio, con questo dubbio. Talvolta sono reduci da terapie farmacologiche a base di antidepressivi, prescritti per lo più, per curare depressione, ansia, attacchi di panico.

Soprattutto
nel caso della depressione, certi farmaci vengono prescritti, basandosi sulla
teoria che alla base del disturbo, vi è uno squilibrio chimico.

scatola di pastiglie

C’è da chiedersi se davvero gli antidepressivi siano utili.

La teoria dello squilibrio chimico

Secondo la teoria dello squilibrio chimico, alla base delle depressione, vi è una riduzione di neurotrasmettitori come: la serotonina, la noradrenalina o la dopamina.

Questi neurotrasmettitori sono anche definiti, monoamine.

Per
comprendere da dove nasce questa teoria, dobbiamo risalire agli anni a cavallo
tra il 1950 ed il 1960.

A quel tempo il potere dell’effetto placebo era appena stato riconosciuto e di conseguenza gli studi controllati con placebo erano rari. I nuovi trattamenti spesso venivano accettati per esperienza clinica e sulla testimonianza di esperti sul campo.

Accadde in quegli anni, che gli antidepressivi vennero “scoperti” per caso.

Si trattava di 2 farmaci, l’iproniazide e l’imipramina, che erano impiegati rispettivamente per il trattamento della tubercolosi e la psicosi e che sembrava producessero degli effetti “collaterali” positivi sul tono dell’umore, risultati, che come detto emergevano solo da rapporti clinici e non da studi controllati.

Come
potevano farmaci differenti, produrre effetti simili?

I ricercatori dell’epoca scoprirono che  l’iproniazide sembrava inibire l’ossidazione, ovvero la distruzione,  della noradrenalina e della serotonina nelle sinapsi, lasciando così più neurotrasmettitori disponibili nel cervello.

Tuttavia questa teoria come poteva collimare con l’utilizzo dell’imipramina che per sua natura non inibisce la distruzione dei neurotrasmettitori ? La teoria dello squilibrio chimico, come si poteva conciliare con questa evidenza?

 Julius Axelrod, premio Nobel per la medicina, riferì di avere scoperto che l’imipramina, inibiva la ricaptazione (o riassorbimento) della serotonina e della noradrenalina.

Secondo questa scoperta, di conseguenza, l’imipramina pur non inibendo l’ossidazione della noradrenalina e della serotonina, ma agendo sulla ricaptazione di entrambi, portava lo stesso beneficio sulla depressione, seppure con modalità differenti.

A fare apparire credibile questa teoria, contribuirono gli studi sulla reserpina, una pianta indiana.

In quel periodo, infatti, venne riportato da studi condotti sugli animali, che questa pianta produceva sedazione e riduceva i livelli di serotonina, dopamina e noradrenalina.

A dare forza a questa teoria, rapporti clinici indicarono che alcune persone divennero gravemente depresse dopo avere assunto reserpina, la conseguenza di ciò fu che  la teoria dello squilibrio chimico divenne inattaccabile.

La conclusione che venne tratta fu la seguente: se farmaci come la reserpina, diminuivano i neurotrasmettitori rendendo depressi e farmaci che aumentavano gli stessi neurotrasmettitori, alleviavano la depressione, questo problema doveva essere dovuto per forza a una carenza di monoamine.

Qualcosa non torna

Nel 1971, tuttavia vennero riesaminati i rapporti clinici e si scoprì che solo il 6% dei pazienti a cui era stata somministrata la reserpina aveva sviluppato una depressione e che questa piccola percentuale di persone, in passato ne aveva già sofferto. 

Probabilmente gli episodi avuti, potevano essere delle semplici ricadute e non essere collegati alla pianta indiana.

donna con ombrello

Tuttavia l’aspetto interessante che emerse prima ancora del 1971 e che per un decennio venne tenuto nascosto, è lo studio di Michael Sheperd.

In questo studio un  gruppo di persone che soffriva di ansia e depressione venne trattato con reserpina, mentre un altro gruppo con placebo. I risultati dimostrarono che  non solo la reserpina non creava depressione ma sembrava addirittura alleviarla.

Lo studio di
Shepard non fu l’unico ad essere ignorato per portare avanti la teoria dello
squilibrio chimico.

Negli ultimi
50 anni i ricercatori hanno cercato sempre più prove per confermare la loro
teoria ma invece di trovare conferme , ciò che hanno raccolto è contradditorio,
se non completamente opposto.

Per
confermare la teoria della riduzione dei neurotrasmettitori con conseguente
depressione, si è perfino cercato di ridurre, attraverso alcune sostanze, la
quantità di serotonina, noradrenalina e dopamina nel cervello.

Il ragionamento era che se la loro carenza provocava depressione, ridurre i loro valori in persone sane avrebbe portato sicuramente un calo dell’umore. Le prove hanno dimostrato che non è stato così e che non c’è stato nessun impatto sul tono dell’umore.

Oltre a ciò, il colpo finale a questa teoria venne dall’antidepressivo che prende il nome di tianeptina. Questo farmaco invece di aumentare la quantità di serotonina e noradrenalina nel cervello, come fanno altri antidepressivi, la riduce.

Se la teoria dello squilibrio chimico dei neurotrasmettitori, fosse corretta, la tianeptina dovrebbe indurre depressione, invece che ridurla.

I dati degli studi clinici invece mostrarono esattamente il contrario, anzi, la tianeptina si dimostrò significativamente più efficace dei placebo e altrettanto efficace quanto gli SSRI (inibitori della ricaptazione della serotonina) e degli antidepressivi triciclici.

Dopo mezzo
secolo di ricerche, l’ipotesi dello squilibrio chimico, così come è stata
riportata dalle case farmaceutiche, non solo è inconsistente ma è anche stata
confutata dagli esperimenti.

Nel tempo ulteriori ricerche hanno dimostrato che gli effetti degli antidepressivi comparati con il placebo sono clinicamente insignificanti, in pratica la maggior parte del miglioramento (se non tutto) in caso di depressione, risulta essere un effetto placebo.

Ovviamente questo breve articolo non ha la pretesa di essere esaustivo ma vuole offrire una visuale differente sugli antidepressivi e la depressione .

Gli antidepressivi non sembrano così utili, piuttosto presentano effetti collaterali molto più significativi, rispetto a qualunque altra forma di trattamento ed i loro benefici, sono solo marginalmente efficaci.

Rispondendo alla domanda iniziale: “gli antidepressivi sono utili?”, è giusto ricordare la frase di Hegel: “se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti”.

Kirsch I., I farmaci antidepressivi: il crollo di un mito. Dalle pillole della felicità alla cura integrata, Tecniche nuove, 2012