La depressione: 4 varianti

Nell’articolo sulla nascita della depressione (https://www.michelacampanella.it/depressione-come-nasce/ ) abbiamo visto come si struttura questo problema che può invalidare la vita di chi ne soffre.

Nonostante i volti della depressione possano essere differenti, c’è un tentativo di soluzione disfunzionale  comune a tutti coloro che ne soffrono, la rinuncia. Questa rinuncia assume varie connotazioni che danno vita a delle differenze nel quadrante depressivo:

  • La persona può mettere in atto la rinuncia, delegando  ma in questo modo diventa vittima di se stessa “(io sono incapace, sono io quello sbagliato, gli altri non sbagliano, di conseguenza rinuncio”)
  • La persona può rinunciare arrendendosi , diventando vittima di sè ( “Pensavo di essere capace, invece non riesco più”) o degli altri (“Credevo negli altri ma adesso mi hanno deluso”)
  • La persona può rinunciare pretendendo, diventando vittima del mondo ( “Io ho dei principi, ma il mondo non li rispetta, non sono io che devo cambiare ma gli altri)

 

In tutti i casi la persona rimane concentrata su ciò che non funziona, vede tutto negativo, si sente impotente e automaticamente rinuncia. Realizza ciò che teme, quello di non essere in grado di farcela.

In questo scenario, i volti differenti della depressione emergono:

  • La persona che rinuncia arrendendosi che si sente vittima di sè o degli altri , è un Illuso Deluso di sè e Illuso degli altri. Credeva in qualcosa che ora non esiste più. Non ha più il controllo che credeva di avere.
  • La persona che rinuncia pretendendo, sperimenta che le sue convinzioni di giustizia e correttezza  sono inutili, ed è definito il Moralista.
  • La persona che delega,  crede di non essere mai stata capace di fare nulla, di reagire, di essere un fallimento, ed è definito  Depresso Radicale.

Analizziamo meglio ogni volto:

Depresso Radicale

In questo caso il pensiero negativo è totalizzante, di solito sono persone che riferiscono di essere state sempre depresse. Nella loro vita sconfitte reali o immaginarie hanno alimentato la  credenza di non farcela.  Del resto il credere di non potercela fare è già non farcela.

Questa certezza permea la loro vita.

Molti credono di essere biologicamente svantaggiati, pensano che un evento in  qualche modo posso averli segnati o che il problema ci sia sempre stato fin dalla nascita. Hanno delle carenze motivazionali e ogni cosa che fanno è connotata dalla mancanza di piacere.

Nella sintomatologia non è raro trovare persone che soffrano di sintomi che possono sembrare di natura medica; disturbi dell’appetito, ansia generalizzata, affaticabilità.

Il comportamento rallentato, demotivato che impedisce le normali attività, spingono la persona a rinforzare la sua idea, che sia lui quello sbagliato ed il resto del mondo giusto.

Qui a differenza degli altri tipi di depressione, la credenza non si è infranta ma anzi si rinforza e irrigidisce. La certezza di essere sbagliato.

In questo caso la terapia deve creare una credenza alternativa, cercando di portare la persona a scoprire quelle risorse che crede di non avere mai avuto.

L’obiettivo è di aiutare la persona a guardare la sua credenze da un altro punto di vista, aggiungendo dei dubbi alle sue certezze.

Illuso deluso di sè

La persona scopre o dimostra a se stessa di non essere come pensava di essere. L’evento che ha dimostrato la sua incapacità, la sua mancanza di coraggio, può essere un forte stress, un lutto, una malattia, un imprevisto o l’aver perso una buona occasione, ritenuta irripetibile.

Ogni successo viene visto come qualcosa di scontato, ogni insuccesso vissuto vale doppio. Spesso è malinconico quando ricorda il passato ed il presente viene vissuto come immodificabile.

Non si perdona errori passati, per lui è inconcepibile sbagliare ed essendo intransigente con se stesso, nella sua testa merita l’autopunizione.

Sono persone che gareggiano per vincere, in caso contrario si sentono fallite. La rinuncia in questo caso li ha portati a delegare, perchè si sentono incapaci e non si fidano più di loro stesse.

Sentono di non essere più quelli di prima, in quanto hanno fallito e per loro solo la vittoria è accettabile. Hanno problemi di concentrazione, rimpianti, dubbi. Subentra un’assenza di desideri, un’inerzia con annessa autocommiserazione. Sovente c’ è la disperazione e il pianto .

Si sentono stanchi, affaticati, il riposo continuo è il sintomo della rinuncia. Non sentendosi più quella di prima, la persona riduce le attività limitandole all’indispensabile, in questa situazione, non è esclusa la presenza di pensieri suicidi.

In pratica la persona è come se avesse interrotto una “relazione d’amore” con se stessa, si sente tradita, sfiduciata.

In questo caso la terapia dovrà bloccare il tentativo di soluzione messo in atto dalla persona, che è la rinuncia con delega.

Illuso deluso degli altri

In questo caso c’è un evento critico che la persona reputa non superabile e di conseguenza si arrende. Si sentono vittime che subiscono i comportamenti o i torti degli altri.

Si arrendono e sperano che gli altri riparino al torto che credono di aver subito. Sono persone che hanno sempre concesso fiducia agli altri  e si sono sempre mostrate disponibili nei loro confronti.

La credenza di base è che se si mostrano disponibili e compiacenti nei confronti del prossimo possono gestire il prossimo e di conseguenza fidarsi. Tuttavia ad un certo punto nella loro vita, subentra l’imprevisto. Un licenziamento, un tradimento sentimentale, una delusione da parte di un amico e la credenza di base, crolla.

Da qui iniziano pensieri ossessivi, una rimuginazione continua sull’evento doloroso, c’è una difficoltà nel concentrarsi e una difficoltà nel prendere decisioni.

Dal punto di vista emotivo, ci sono sentimenti di delusione, sentimenti di disperazione. Quello che risulta evidente è una spiccata autocommiserazione, il bisogno di mostrare al mondo la propria sofferenza. Il versante somatico è connotato da disturbi del sonno e dell’alimentazione, talvolta vi sono dolori diffusi o localizzati.

Anche in questo caso la terapia dovrà lavorare sulla rottura della credenza iniziale.

Il Moralista

In questo caso abbiamo a che fare con persone oneste, corrette,  intransigenti nei confronti di se stesse e degli altri. Pretendono che il mondo e gli altri siano diversi, combattono ma solo a livello di pensiero.

Il moralista si aspetta giustizia e correttezza da chi ha accanto ma non ricevendola, si arrende e combatte a livello mentale con pensieri ossessivi, vivendo in un costante stato di rabbia e frustrazione.

Di solito sono persone che rimuginano mentalmente, hanno pensieri aggressivi e un linguaggio carico di biasimo. Hanno il desiderio di cambiare un mondo ingiusto ma ci rinunciano a livello comportamentale, perchè è un’impresa più grande di loro.

Non si mettono in discussione perchè hanno delle credenze che ritengono giuste e che secondo loro tutti dovrebbero avere per costruire un mondo migliore. Di solito oscillano tra passività e aggressività, evitano i rapporti sociali e hanno uno stile vittimistico.

Esprimono apatia e fatica, la rabbia ed il rancore portano una continua frustrazione, perchè trattenute. Nel caso in cui dovessero perdere il controllo, potrebbero mettere in atto condotte potenzialmente aggressive.

In pratica si sentono vittime del mondo.

Terapia Breve Strategica

In conclusione, con ogni volto della depressione, la terapia breve strategica  utilizzerà un particolare tipo di comunicazione, non consolatoria ma con un linguaggio, talvolta provocatorio e direttivo, altre volte metaforico e analogico, per fare in modo di sbloccare la persona dalla sua posizione vittimistica e di rinuncia.

Il paziente verrà condotto gradatamente a sperimentare delle esperienze concrete che possano modificare la percezione della sua realtà irrigidita e non funzionale

I Farmaci?

Da questa breve trattazione abbiamo visto come la depressione nella maggioranza dei casi nasca da una credenza irrigidita dell’individuo, da un evento fortemente stressante o talvolta da un altro disturbo che può precedere la depressione.

Questa visione ovviamente non collima con quella corrente di pensiero che vede la depressione come uno scompenso biologico e con la sua conseguente cura farmacologica.

Ovviamente in alcuni casi il farmaco è indispensabile, ma quando si può intervenire senza il rischio di effetti collaterali, lavorando affinchè il paziente riattivi le sue risorse personali e cambi la percezione della sua realtà, attraverso un percorso terapeutico,  è sempre preferibile.

La depressione è una prigione dove siete sia il prigioniero della sofferenza che il carceriere crudele. (Anonimo)

 

 

(Muriana E, Pettenò L, Verbitz T. I volti della depressione, Ponte Alle Grazie, Milano, 2011)

Metti Like su Facebook:

Depressione: come nasce

In questo articolo analizzeremo come si struttura la depressione.

Dal punto di vista del modello strategico i problemi che una persona può avere sono prodotti dall’interazione tra l’ individuo e la propria realtà. Un interazione continua tra se stesso, gli altri ed il mondo.

I comportamenti, le reazioni, in pratica i tentativi di soluzione che la persona mette in atto per cercare di superare il problema, complicano ulteriormente la situazione.

Tuttavia, pur essendo inefficaci e disfunzionali, queste tentate soluzioni, vengono utilizzate sempre di più dalla persona, con il risultato di complicare ulteriormente il problema.

La Rinuncia

Quello che si è visto, nel corso del tempo, è che la depressione, pur avendo dei volti differenti, sia per origine che per espressione, ha in tutti i depressi un tentativo di soluzione fallimentare comune, la rinuncia.

La persona che rinuncia è “paralizzata”, rifiuta di fare qualunque cosa. Risulta demotivata, negativa, rallentata. Il piacere nella sua vita è assente e l’umore costante è all’insegna dell’assenza di speranza.

La rinuncia può essere parziale e quindi riguardare solo alcuni ambiti della vita della persona, o globale, in cui ogni ambito è compromesso e la persona è completamente annichilita.

La rinuncia parziale, spiega perché molte persone, ritenute depresse, riescano comunque ad avere un lavoro ed a svolgere le loro normali attività. Apparentemente tutto risulta “normale” ma dentro hanno un deserto emotivo.

Una persona delusa da un rapporto sentimentale, in cui si è sentita tradita e abbandonata, potrebbe lentamente rinunciare a ogni forma di coinvolgimento emotivo, credendo di rimanere protetta da ulteriori delusioni.

Qui la rinuncia parziale, riguarda il piano emozionale ma è evidente che il senso di insoddisfazione, investirà anche altre aree di vita del paziente.

Una volta che questa rinuncia parziale si irrigidisce, può espandersi e diventare globale e di conseguenza il disturbo depressivo diventare di ampia portata.

Altre tentate soluzioni disfunzionali, simili alla rinuncia, sono: l’aspettare, il rimandare e il non prendere decisioni.

Nell’attesa e nel non prendere decisioni ci sono delle sfumature simili. La persona non vede una possibile via d’uscita, crede di non poter cambiare la situazione e di conseguenza si ferma ad attendere gli eventi. Il caso, il destino, le altre persone, decideranno per lui.

      La depressione da dove nasce?

Sembra che si strutturi da una credenza. Da un pensiero strutturato, radicato, rigido, tale per cui la persona non riesce a combattere o a superare e di conseguenza, rinuncia.

La credenza è una realtà soggettiva percepita come vera, il più delle volte la credenza non si costruisce sulla base di un’idea razionale.

Una volta che questa credenza si frantuma, di fronte a un evento inaspettato, inatteso, che assume i toni di una catastrofe, tutto ciò che ha funzionato prima e in cui si credeva, non funziona più. La persona essendo incapace di costruire  una credenza nuova, alternativa, rinuncia.

L’evento è vissuto come inaccettabile perché non contemplato nella propria visione del mondo. Spesso si sente dire “Non doveva succedere”, “E’ inaccettabile”, “Nulla sarà come prima”.

E’ evidente che la persona non riesce a vedere in un modo differente l’evento, a dargli un significato diverso ma ne viene travolto, la sua credenza si frantuma e si arrende, rinuncia.

Questa rinuncia che può essere a livello di comportamento, idee o relazionale, fa sentire la persona una vittima che subisce la realtà. Il depresso pensa che la situazione sia immodificabile o comunque di non avere i mezzi per modificarla.

Ad esempio, una persona che viene licenziata, potrebbe sentirsi tradito dagli altri, che non hanno riconosciuto le sue capacità e la sua voglia di lavorare e pensare: “gli altri mi hanno tradito”.

In questo caso, invece di ristrutturare l’evento, dando una spiegazione alternativa, come ad esempio: “alcune persone possono tradire”, oppure, “può succedere che gli altri tradiscano”, rimane irrigidito sulla sua credenza crollata e ne osserva i cocci, impotente.

Tuttavia, come scritto all’inizio, la depressione assume vari volti, nel prossimo articolo, vedremo che varianti assume il quadro depressivo.

“Ogni uomo è due uomini: l’uno è desto nelle tenebre l’altro dorme nella luce” (Kahlil Gibran)

 

 

Metti Like su Facebook:

La ricerca della bellezza perfetta

“La bellezza salverà il mondo”, così diceva Dostoevskij

Ad oggi, forse, la sua citazione è stata presa un pò troppo alla lettera. Sempre più spesso vediamo volti e corpi omologati, somiglianti, privi di caratteristiche uniche e senza timore di dirlo, di difetti.

Il mercato del fitness, dell’estetica, della cosmesi, sono in espansione continua a denuncia del fatto che sempre più persone investono sulla propria immagine in maniera talvolta ossessiva.

Ragazze di 20 anni preoccupate da rughe di espressione, cinquantenni che vogliono ritornare alla freschezza dei 20 anni, trentenni che ricorrono ai ripari in vista del declino.

La ricerca assoluta della bellezza è anche evidente da foto sempre più ritoccate e immagini prive di difetti, la perfezione è ricercata ad ogni costo.

Sembra che in pochi siano soddisfatti dell’età che hanno e che la ricerca sia quella di un’eterna età verde.

Se la chirurgia estetica ha dei notevoli vantaggi, perchè permette di ovviare a dei difetti estetici, insostenibili anche da un punto di vista emotivo e facilitare il nostro benessere, dall’altro lato non può essere considerata come una terapia psicologica, capace di infondere autostima.

Il fine di questo articolo non è valutare se la chirurgia estetica è negativa o positiva, perchè come ogni cosa deve essere utilizzata in modo equilibrato.

Tuttavia possono esserci persone che si presentano dal chirurgo estetico per ritoccare una parte del corpo, di cui non sono soddisfatte e una volta operate, guardarsi allo specchio e notare altri difetti da “aggiustare”, fino a ritrovarsi coinvolte in una spirale di interventi correttivi e relative frustrazioni. Una vera e propria scatola cinese.

Se è vero che il difetto è inesistente o comunque non evidente, la sofferenza di chi soffre di questa fobia è devastante, perchè sono immersi nella loro credenza e si sa, che “tutto ciò che è creduto è reale”.

Nel colloquio iniziale con il chirurgo, spesso non emerge questa particolare fobia ed il medico, senza rendersene conto, può intervenire su persone che soffrono di Dismorfofobia o che in seguito potrebbero svilupparla.

Studi recenti hanno dimostrato  che una percentuale di persone che va dal 5% al 53%, presenta questo disturbo, senza contare le relative cause legali avviate da parte di pazienti non soddisfatti che molto spesso non si “vedono belli”, nonostante il ritocco chirurgico.

Per ovviare a questo problema, da qualche anno, i centri clinici più all’avanguardia, prima di procedere a un intervento permanente o semi-permanente, fanno  una valutazione psicologica iniziale, che permetta al medico ed al paziente stesso, di comprendere se è davvero il caso di procedere oppure no.

La dismorfofobia si struttura secondo un meccanismo ossessivo-compulsivo che alimenta e rinforza il problema. La persona dismorfofobica ha una preoccupazione eccessiva di avere un difetto estetico, nel viso o nel corpo.

Le rassicurazioni di amici, parenti e medici non servono a nulla e il più delle volte vengono percepite dalla persona come delle “bugie” per cercare di tranquillizzarlo.

Nella maggioranza dei casi sono difetti minimi o inesistenti che tuttavia portano un disagio reale, al punto tale da creare problemi anche nelle relazioni sociali. In una situazione simile, la persona è portata a mettere in atto delle tentate soluzioni, che risultano disfunzionali:

  • Tentativo di mascherare il difetto in vari modi (capelli che coprono una parte del viso, make-up eccessivo, occhiali da sole, abiti coprenti anche in estate , ecc), al punto da attirare realmente l’attenzione su ciò che si vuole nascondere
  • Socializzazione del problema, cercando rassicurazioni con amici e parenti, invece di tranquillizzarsi,  ottengono l’effetto contrario. Si irrigidiscano sulla loro credenza, si sentono incompresi e si convincono che gli altri raccontino “bugie benevole” per calmarlo
  • Evitano situazioni sociali che porterebbero ad esporsi. Di conseguenza si isolano sempre di più
  • Correttivi chirurgici ed estetici a cui di solito segue un’insoddisfazione ulteriore che porta a ricorrere a ulteriori interventi

 

Alla luce di quanto esposto, risulta evidente che chi soffre di Dismorfofobia può recuperare una relazione positiva con la proprio immagine corporea, modificando la percezione che ha di se stesso e ottenere un cambiamento di prospettiva, solo se l’intervento passa prima dalla mente.

La Terapia Breve Strategica, in tempi brevi, attraverso manovre costruite ad hoc, permette di  percepire la propria realtà in modo differente e scardinare quelle tentate soluzioni, che non solo mantengono il problema ma addirittura lo peggiorano.

 

“Ogni nostro difetto, rovesciato su di sé, diventa una nostra virtù; purtroppo è vero anche il contrario”. (Giorgio Nardone)

Metti Like su Facebook:

4 segreti per una serena vita di coppia

L’amore, in particolare quello di coppia, che dovrebbe durare tutta la vita, è stato definito una delle aree più studiate e meno comprese in psicologia.

Romanzi e film spesso rimandano un’idea di amore, leggero, facile, passionale ed allo stesso tempo romantico. Un amore che non richiede sacrificio, impegno, fatica.

Un amore cosi’ descritto può essere paragonato all’ unicorno, tutti ne parlano nessuno l’ha visto.

La verità in effetti è questa:

  • 50.000 italiani divorziano ogni anno,
  • l’età dei nuovi single è di circa 47 anni per gli uomini, 44 per le donne
  • i matrimoni sotto i 30 anni sono diminuiti, per lasciare spazio alle convivenze
  • vi è stato un aumento di ultra sessantenni che si separano, il 12,7% in più, rispetto a 18 anni fa

 

Si potrebbe pensare che nel passato le persone restassero assieme più a lungo, perché socialmente non era ben accetto il divorzio. Soprattutto per le donne, essere sposate rappresentava uno status sociale importante.

Al di là delle cause che hanno portato a una fragilità dei rapporti amorosi, oggi si assiste a un fenomeno nuovo.

La “relazione pura”

Il sociologo Anthony Giddens utilizza il termine  “relazione pura”, per definire una relazione che può essere troncata, a proprio piacimento, in qualsiasi momento, da ciascuno dei due partner.

L’odierna “relazione pura” si differenzia dal matrimonio, la cui durata, soprattutto un tempo,  veniva data per scontata a meno che non subentravano circostanze estreme.

Oggi il concetto di IMPEGNO “finchè morte non ci separi”, ha i contorni più sfumati, ed assomiglia ad una trappola da evitare il più possibile. Trappola che deve prevedere una chiave per potersi liberare.

Nelle “relazioni pure” è lo scambio a determinare quanto potrà durare la relazione, ciò che l’altro può offrirci. Non ci sono vincoli, le persone decidono di formare una coppia perché si aspettano delle gratificazioni ma non è implicato nessun altro tipo di impegno.

Muovendosi in relazioni di questo tipo, la fiducia fatica a crescere, con la conseguenza di vivere relazioni con il “freno a mano tirato”.

Sapendo che il partner può lasciarti in qualunque momento, perché smetti di essere gratificante, non sei più interessante, o comunque non hai più nulla di nuovo da offrire,  investire i sentimenti nella relazione può essere estremamente pericoloso.

Investire sentimenti profondi nel rapporto e giurarsi fedeltà, in qualche modo rende dipendenti dal partner, ma non garantisce di ricevere lo stesso trattamento, soprattutto in presenza di “relazioni pure”.

Di conseguenza i rapporti diventano fragili, vulnerabili, fluidi. Fino a quando il partner mi gratifica, sopperisce ai miei bisogni accetto di stare in coppia ma con la tacita premessa che sono libero di andare via quando ciò non avviene più.

A questo punto è lecito chiedersi se c’è una ricetta per avere relazioni stabili e soddisfacenti.

Forse una ricetta per tutti non c’è, però è stato visto che le coppie che durano più a lungo, hanno determinati atteggiamenti.

4 segreti delle coppie felici

  1. Mantengono uno stato dicecità amorosa”: all ’inizio di una relazione si tende a non vedere i difetti del partner. Adoriamo ogni cosa di lui/lei e non vorremmo cambiarlo per nulla al mondo. Nel tempo, affinchè il rapporto duri, dovremmo mantenere tali illusioni positive, in pratica essere “ciechi” sui difetti e avere vista di falco sui pregi e qualità del partner.
  2. Provano nuove cose assieme: Le coppie che si amano intensamente, non solo provano attrazione fisica ed emotiva reciproca, ma desiderano partecipare a nuove attività assieme. Sperimentare attività nuove e coinvolgenti insieme, riaccende la scintilla di coppia.
  3. Mantengono la propria indipendenza: essere dipendenti dal partner, facendone il fulcro della propria vita, è stato visto che smorza l’interesse emotivo e fisico. Nessuno prova desiderio per qualcuno che ha “bisogno di noi” e che non mostra una sua indipendenza. Concedetevi la possibilità di avere spazi personali, di svolgere attività anche da soli. Risulterete sicuramente più attraenti e con voglia maggiore di ritrovare il partner.
  4. Affrontano con passione la vita, per avere più passione nella relazione: Le persone che affrontano la loro vita con emozione e passione, che hanno hobby e interessi, mettono la stessa energia emotiva nella relazione. Ama la vita, affrontala con passione e amerai con entusiasmo e per lungo tempo anche il tuo compagno/a.

 

Questi sono spunti che puoi iniziare a mettere in pratica nella tua vita, ma ricorda che al di là di ciò che dice la scienza:

Ci stanchiamo di pensare e persino di agire, mai di amare” (A. Comte)

 

 

 

Metti Like su Facebook:

Manipolatore Perverso: chi è?

Chi è il manipolatore oggi?  Quando utilizziamo questo termine ci riferiamo al Manipolatore Perverso. Spesso in un rapporto di coppia, distrugge progressivamente il partner, senza provare rimorsi o sensi di colpa.

Dal latino il termine Perversus, significa Rovesciato e di solito si associa a cattiveria, crudeltà, devianza.

Il “Perverso” non ha bontà, empatia verso l’altro, possiede una personalità camaleontica , riveste più maschere per nascondere i suoi scopi reali.

Il Manipolatore è un Predatore! 

Si fa in quattro per sedurre la persona che ha di fronte e poi si diverte a distruggerla progressivamente. Dice “ti amo” ma maltratta il partner, è vacuo emotivamente  e porta gradualmente la relazione al collasso.

Sono individui bugiardi, ipocriti, spesso presuntuosi, con un’alta considerazione di loro stessi, non hanno la capacità di mettersi in discussione, sono egocentrici, anaffettivi e accompagnano queste caratteristiche  a un atteggiamento maligno, cattivo, perverso.

Di solito si tratta di persone che a loro volta  in passato hanno subito traumi , maltrattamenti e abusi sia fisici che psicologici.

Nel rapporto con l’altro utilizzano a loro vantaggio il senso di colpa, la menzogna e la vittimizzazione.

Come capire se stai vivendo una relazione manipolatoria?

  • Vi sembra di soffocare nella relazione di coppia
  • Subite critiche dirette e indirette
  • Vi sentite umiliati ed il partner sembra godere di questo
  • Avete pochi amici e relazioni sociali perchè vi sono state proibite
  • Vi sentite accusati di ogni cosa
  • Avete la sensazione che il vostro partner qualunque cosa accada non si scusi mai e non si metta mai in discussione

 

Quali sono le strategie per difendersi dai manipolatori perversi?

Solitamente i manipolatori affettivi sono persone che scelgono accuratamente le loro “vittime”.  Prediligono persone fragili , bisognose d’affetto e con bassa autostima.

Chi cade nel tranello dei manipolatori ha la tendenza a credere che con il tempo, questa persona cambierà e modificherà il suo comportamento. Questo nella maggioranza dei casi è impossibile, perché sono individui gravemente danneggiati che difficilmente saranno portate a chiedere e ad accettare aiuto.

Di conseguenza, ecco cosa fare:

  •  Interrompete ogni forma di comunicazione con queste persone, perché è attraverso i sensi di colpa, le bugie, le promesse non mantenute e l’aggressività che tengono in scacco le loro vittime.
  • Imparate ad ascoltare le vostre emozioni e sensazioni, date priorità a voi stessi. Delineate i confini tra voi e gli altri, questo aiuterà a  non farsi invadere dalle esigenze e dalle richieste invadenti di chi vuole manipolare.
  • Siate i protagonisti della vostra vita, avere in chiaro i propri obiettivi e bisogni è il punto fondamentale per amarsi ed esigere dagli altri il giusto rispetto senza farsi annullare.

 

“Non si sceglie di avere una persona accanto per peggiorare la propria vita, ma per migliorarla.
E se l’amore non porta a questo o non è amore o è un amore malato.”
(Osho)

 

Metti Like su Facebook:

Cyberbullismo: come affrontarlo

Negli ultimi casi di cronaca è ritornato alla ribalta un fenomeno che in questi anni sta mietendo vittime: il Cyberbullismo.

Il bullismo nel corso degli ultimi anni ha un nuovo volto, più tecnologico e al tempo stesso invasivo, il Cyberbullismo.

I Nativi Digitali cresciuti utilizzando internet e telefoni cellulari trovano normale relazionarsi attraverso  monitor e tastiera.

Se da una parte questo ha permesso di creare rapporti e socializzare, dall’altra è diventato un mezzo per prevaricare e sopraffare i coetanei.

Le ricerche indicano che

  • oltre il 90% degli adolescenti in Italia sono utenti di internet
  • il 98% di questi dichiara di avere un profilo su uno dei social network più conosciuti e usati (Facebook, Twitter)
  • il 52% dei giovani utenti di internet si connette almeno una volta al giorno, inoltre, l’utilizzo degli smartphone consente una connettività praticamente illimitata.

 

COSA E’ IL CYBERBULLISMO

Secondo alcuni autori il cyberbullismo è : “un atto aggressivo, intenzionale, condotto da un individuo o un gruppo di individui usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel tempo contro una vittima”

Il cyberbullismo coinvolge soprattutto bambini e adolescenti ma ultimamente avviene anche a danno di adulti .

Il cyberbullo può nascondersi dietro uno schermo, umiliare la vittima e divulgare materiale offensivo ad un vasto pubblico e in modo anonimo, senza la paura di essere scoperto e punito.

I contenuti messi in rete, sotto forma di immagini, video, frasi offensive possono essere difficili da rimuovere completamente.

I bulli, attraverso la tecnologia, possono sferrare i loro attacchi 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Chi subisce cyberbullismo con il tempo può sviluppare depressione, ansia, frustrazione, problemi a scuola ed in famiglia e nei casi più gravi mettere in atto condotte suicidiarie.

COSA POSSONO FARE I GENITORI

La difficoltà che possono riscontrare i genitori è quella di cogliere tempestivamente i primi segnali di malessere nei ragazzi, di conseguenza è bene mettere in atto alcuni accorgimenti:

  • Cercare di imparare il linguaggio dei ragazzi, soprattutto quello informatico. In questo caso i figli potrebbero apprezzare il loro ruolo di “esperti” ed “insegnanti” e ciò potrebbe rafforzare la fiducia e la complicità con i genitori.
  • Fissare delle regole da rispettare. Limitando a orari precisi il collegamento ad internet e supervisionando i siti e le attività on line dei figli.
  • Essere aperti al dialogo
  • Spiegare il comportamento da tenere on line. Spesso i ragazzi non si rendono conto che i contenuti messi in rete resteranno per sempre ed in qualche modo intaccheranno la loro reputazione

 

COSA POSSONO FARE I RAGAZZI

Allo stesso tempo anche i ragazzi possono difendersi efficacemente qualora diventassero vittime dei cyberbulli:

  • Non rispondete alle offese
  • Tenete traccia di ciò che risulta offensivo per un eventuale denuncia alla polizia postale
  • Cambiate numero di cellulare, password, e-mail, account e username
  • Bloccate e filtrate le chiamate, gli sms, e le mail provenienti dai cyberbulli
  • Chiedete aiuto a un adulto di cui vi fidate.

 

Le nuove tecnologie possono essere delle grandi risorse se utilizzate nel modo corretto, ma possono diventare anche trappole pericolose, di conseguenza è importante conoscere il modo per proteggersi e proteggere chi amiamo.

Metti Like su Facebook:

Sconfiggere la Paura d’Amare

Sempre più spesso si sente parlare di una paura diffusa e irrazionale, la Philofobia, meglio conosciuta come Paura d’Amare.

Nonostante nell’ immaginario comune l’amore sia considerato una forza potente, benefica e ricca di opportunità, per alcune persone rappresenta uno dei sentimenti più spaventosi e ansiogeni che possono esserci.

Nei casi più gravi , di fronte alla possibilità di legarsi seriamente ad un’altra persona, possono scatenarsi dei veri e propri attacchi d’ansia, con tachicardia, nausea, agitazione, eccessiva sudorazione che possono culminare con la decisione di troncare la relazione.

Spesso può succedere che la paura di rendersi fragili e vulnerabili di fronte a una storia d’amore può portare a sabotare la relazione fin dall’ inizio, mettendo in atto comportamenti che portano alla cosiddetta “profezia che si auto avvera.

Hai talmente paura dell’amore, di poter essere lasciato e di  soffrire, che con i tuoi comportamenti metti l’altro in condizione di dover interrompere la relazione, provando a te stesso che avevi ragione ad avere paura e ad essere sfiduciato nei confronti del partner.

Di solito i soggetti più esposti a tale problema sono:

persone rimaste  lungo tempo single che hanno timore di un invasione da parte di un “estraneo” nella loro vita.  Temono di “perdersi” non riuscendo a gestire i loro sentimenti ed i loro comportamenti.

Combattuti dalla paura e dalla voglia di fondere la loro vita con l’altro.

CAUSE

Possono esserci varie cause che attivano questa fobia ma alla base c’è sempre un’immaturità affettiva.

Entrare in relazione con l’altro, implica una maturità e libertà psicologica che spesso non ci appartiene. Essere liberi , significa essere liberi di scegliere ciò che riteniamo più giusto per noi stessi , avere la forza necessaria di rischiare e per fare questo bisogna essere autonomi psicologicamente, consapevoli che ciò comporta responsabilità , impegno e sacrificio.

Entrare in relazione con un’altra persona implica mostrare le proprie fragilità, gettare la maschera e farsi conoscere per come siamo realmente, mettersi in gioco al 100%.

Spesso chi si ritira dalle relazioni e si chiude in un mondo parallelo ha paura di perdere il controllo, non è disposto a mostrare le parti più negative di sé, di conseguenza si isola e non permette a nessuno di avvicinarsi oltre una certa misura.

Essere maturi affettivamente comporta anche la sopportazione del dolore. Spesso non si sopportano più le fatiche, le frustrazioni, le incertezze, ci si demotiva subito, interpretando la parte degli sconfitti cronici.

Si ha paura della sofferenza, perché le famiglie iper proteggono i figli, facendoli crescere nell’ incapacità di accettare sia il dolore fisico che quello psichico.

L’iperprotezione, rende i figli impreparati ad affrontare gli eventi negativi, rendendoli eterni Peter Pan, incapaci di mettersi in gioco, di amare ed amarsi.  Paradossalmente, spesso i disturbi  e le fragilità psichiche nascono dalla totale mancanza di problemi.

AMARE CHI HA PAURA AD AMARE

Chi ama una persona che soffre di questa fobia, può rimanere spiazzato da certi suoi comportamenti. Spesso la persona con philofobia tenderà a erigere muri, a non presentarsi agli appuntamenti o giustificherà il suo allontanamento come un bisogno di libertà.

In questi casi che fare?

  • Agli inizi di una storia si ha la tendenza a voler trascorrere assieme quanto più tempo possibile. Nei casi in cui si ama una persona affetta da tale problema sarà bene LASCIARE IL GIUSTO SPAZIO, per non spingerla a scappare. Essere presenti, senza essere invadenti. Meglio farsi cercare piuttosto che rincorrere.
  • OGNUNO HA I SUOI TEMPI, ricordare che in un rapporto di coppia ci si ama, si dà fiducia e ci si svela in tempi differenti. Essere pazienti e non soffocanti è la carta vincente con chi ha bisogno di tempo per capire che ci si può aprire all’altro senza perdere se stessi e la propria libertà.

 

SCONFIGGERE LA PHILOPHOBIA

  • Non date spazio alle vostre paure. Soccombere alla paura farà perdere una grande opportunità, la possibilità di amare ed essere amati. Affrontate tale paura mettendo in conto di soffrire ma anche di gioire.
  • Non mettete in atto la “profezia che si auto avvera”. Le relazioni possono finire e mettere in condizioni di sofferenza ma non sabotatele da soli per paura di mettervi in gioco davvero. In pratica, “mi faccio lasciare subito perché tanto prima o poi succederà comunque”.
  • Date fiducia al partner. Essere davvero liberi in una relazione significa poter condividere ansie, gioie e preoccupazioni con chi ci sta accanto. Cercare le risposte dentro voi stessi, non rendendo partecipe l’altro dei vostri timori per paura che vi giudichi, vi porterà inevitabilmente a trovare risposte sbagliate ed incrementerà dubbi e paure circa la vostra relazione.

 

In casi relazionali più gravi, dove ci sono difficoltà oggettive ad entrare in relazione con l’altro, dove la scelta della solitudine sembra inevitabile e si è in una situazione d’incapacità ad amare è sempre consigliabile rivolgersi a uno psicologo.

Del resto si può vivere senza amore ma di certo il mondo risulterà più grigio!

 

Tutti dicono che l’amore fa male, ma non è vero. La solitudine fa male. Il rifiuto fa male.
Perdere qualcuno fa male. Tutti confondono queste cose con l’amore,
ma in realtà, l’amore è l’unica cosa in questo mondo che copre tutto il dolore
e ci fa sentire ancora meravigliosi.
(O.Wilde)

 

Metti Like su Facebook:

3 Stili di Comunicazione

Secondo una psicoterapeuta ,Virginia Satir, ci sarebbero 3 differenti stili comunicativi e ogni persona ne utilizzerebbe uno quando è intenta a comunicare ed esprimere le proprie idee.

Andiamo a vedere per ogni stile comunicativo le caratteristiche:

ACCUSATORE

Avete presente le persone che sanno tutto loro, non ascoltano e pretendono di imporre i loro punti di vista?
Ecco se avete visualizzato il volto di quella persona che proprio non sopportate e che vuole avere sempre l’ultima parola, avete capito di cosa stiamo parlando.

• Tendenzialmente esordiscono con il “No”
• Hanno postura eretta, respirazione e tono di voce alti, gesticolazione verso l’alto
• La comunicazione non verbale solitamente è con i pugni chiusi, indice puntato, mano rigida che fende l’aria come una spada

Tendono ad accusare gli altri a non trovare accordi. Attaccano l’interlocutore, sono giudicanti, sempre alla ricerca degli errori altrui.
Amano il ruolo attivo nelle interazioni con gli altri.

Frasi Celebri: “Non ne fai una giusta”, “Sbagli sempre”, “Che problemi hai”?

Consiglio: Se avete a che fare con un accusatore, non ponetevi in maniera aggressiva, cercate di essere entro un certo limite passivi, concedendogli l’iniziativa nel dialogo e nelle decisioni.

PROPIZIATORE

In questo caso siamo nel versante opposto. Avete presente la tipologia di prima? Bene, è tutta un’altra cosa!
Sono persone che tendono ad essere sempre disponibili e d’accordo con il loro interlocutore.

• Esordiscono sempre con un “Si”
• Hanno una postura indifesa, respirazione bassa
• La comunicazione non verbale è composta da gesti avvolgenti. Il palmo delle mani è rivolto verso l’alto o unito fra di loro a formare un triangolo.

Tendono a condividere il punto di vista altrui, creando empatia. Possono apparire dipendenti e vittime dell’altro scusandosi spesso, anche quando non è necessario.

Frasi Celebri: “Scusa, ho sbagliato io”, “Non preoccuparti, ci penso io”, “E’ colpa mia”, “Ho bisogno di te”.

Consiglio: Tendono ad essere persone passive nella conversazione, di conseguenza siate decisi e assertivi quando comunicate con loro.

SUPERLOGICO

Amate parlare di poesia, amori struggenti e vi piace scavare nella vostra e altrui emotività?
Probabilmente avrete difficoltà a rapportarvi con il Superlogico.

• La razionalità è il loro motto
• Utilizzano spesso il “Perché”, sempre in cerca di risposte ed analisi
• La postura esprime un controllo muscolare notevole, cercano di avere il dominio su ogni movimento, risultando goffi
• La comunicazione non verbale è composta da gesti circolari. Le mani sono a “pinza”, senza mai avvolgere completamente persone ed oggetti

Sono persone rigide, autoritarie, tendono a manipolare attraverso delle argomentazioni logiche, sono estremamente razionali.

Frasi Celebri: “Perché lo hai fatto?”, “Non è logico quello che dici”, “Cerca di essere razionale ed obiettivo”

Consiglio: Quando comunicate con i Superlogici, non cercate di fare presa sulla loro parte emotiva, non imponetevi con la violenza. Siate razionali, basatevi su fatti obiettivi e concreti.

E tu che stile comunicativo hai? Hai riconosciuto qualche amico o parente?
La prossima volta che comunichi presta attenzione Non a ciò che dici ma a Come lo dici!

Metti Like su Facebook:

Attacchi di panico – 3 Rimedi

Chi soffre o ha sofferto di attacchi di panico sa bene l’onda emotiva che travolge e che spazza tutto, lasciando privi di forze e con il timore che quello tsunami possa tornare ancora più forte di prima. Nell’articolo troverai 3 rimedi contro l’attacco di panico.

Attacchi di panico, cosa sono?

Si parla spesso di panico a volte anche impropriamente ma in realtà di cosa si tratta?

E’ una forma estrema di paura. Paura che è il risultato di una reazione innescata da ciò che percepiamo con i nostri sensi  ( olfatto, udito, vista  ecc) o da immagini  mentali realistiche o fantastiche che coinvolgono il nostro organismo.

Da tutto ciò si ha una reazione a catena con battito cardiaco accelerato, ritmo respiratorio alterato, sudorazione.

Questo porta a una sensazione di perdita di controllo, con la conseguenza di essere travolti da un inspiegabile paura di morire o di impazzire.

Conseguentemente si  avvia una interazione circolare in cui le sensazioni alterate che la persona prova innescano pensieri e convinzioni negative e minacciose.

Queste a loro volta scatenano  nell’ organismo ulteriori reazioni di allarme che portano ad incrementare le alterazioni psicofisiologiche, sentendo aumentare i campanelli di allarme fisici, vengono aumentate le attribuzioni di significato negative, a questo punto la mente va in tilt e l’attacco di panico è servito

Attacchi di panico – Cause

Chiaramente essendo un processo che coinvolge dinamiche psicologiche e reazioni biologiche e fisiologiche non è possibile trovare una causa principale.

Chi soffre di attacchi di panico è orientato al futuro, ha paura di ciò che può accadere, la fobia ingrigisce il futuro e influenza azioni e pensieri su ciò che sarà e che potrà succedere.

Sono persone che cadono nella trappola del “controllo che fa perdere il controllo”.

Nell’ intento di controllare le proprie reazioni fisiologiche la persona cerca di mantenere un controllo costante sui propri parametri fisiologici che indicano l’innalzare dell’ansia (battito cardiaco, respirazione, sudorazione, senso dell’equilibrio ecc) ma dal momento che queste sono funzioni spontanee dell’organismo, il tentativo di controllarle in modo razionale ne altera l’espressione.

Tentate soluzioni fallimentari

Ci sono due tentativi di soluzioni che messi in atto paradossalmente aumentano la paura invece di ridurla:

  • La tendenza ad evitare le situazioni associate all’attacco di panico
  • La richiesta costante di aiuto e protezione da parte di altre persone

Tre rimedi che rompono il circolo della paura

  1. Congiura del silenzio: più parli delle tue ansie e delle tue paure più le alimenti, è come darle un fertilizzante potente portandole ad ingigantirsi. Smettendo di parlarne ad amici e parenti, toglierai quel fertilizzante e porterai le tue ansie a ridursi gradatamente.
  2. Evita di evitare: soffrendo di attacchi di panico si è portati ad evitare situazioni e luoghi per paura di scatenare un attacco, ma più eviti più la paura aumenta. Inoltre evitando dimostri a te stesso di non essere in grado di affrontare le tue paure, incrementando il tuo senso di inadeguatezza. Inizia ad affrontare una cosa piccolissima, quella che ti fa meno paura e nel tempo aumenta la difficoltà.
  3. No alle richieste di aiuto: più ti fai aiutare da altre persone, più cerchi il loro sostegno e la loro presenza in situazioni che credi di non essere in grado di affrontare da solo ,più dimostri a te stesso di non valere, di non potercela fare .Smetti di chiedere aiuto e inizia ad affrontare le situazioni che ti spaventano, mettiti in sfida con te stesso e ogni giorno fai il conteggio delle situazioni per cui non è stato necessario richiedere l’assistenza di qualcun altro.

 

Naturalmente se la situazione non si sblocca e continui a essere ostaggio della paura rivolgersi a uno specialista può essere utile e in questo caso l’unico aiuto che ti è “permesso” richiedere.

 

Guarda la paura in faccia e questa cesserà di turbarti

(Sri Yukteswar)

Metti Like su Facebook: